martedì 25 luglio 2017

Eritrea: là dove l’Italia non ha coraggio Fulvio Grimaldi ci racconta l'Eritrea che non trapela in Occidente, Paese che per 'aiutarli a casa loro', meglio se li "lasciamo fare!", visti i danni fatti

Eritrea: là dove l’Italia non ha coraggio

Fulvio Grimaldi ci racconta l'Eritrea che non trapela in Occidente, Paese che per 'aiutarli a casa loro', meglio se li "lasciamo fare!", visti i danni fatti

Questa intervista integra il mio precedente articolo sulle menzogne e calunnie riprese dal missionario,  Padre Alex Zanotelli, dalla campagna di demonizzazione lanciata dall’imperialismo neocolonialista contro il paese più libero, indipendente e socialmente equo del continente africano.

L’appello vergognoso rivolto dal comboniano iper-eurocentrico ai giornalisti italiani perchè diffondano bugie e diffamazioni sui paesi che l’imperialismo vuole depredare e distruggere ha definitivamente smascherato questo ambiguo pacifista che pensa di salvarsi l ‘anima criticando le vendite d’armi e saltando a piè pari tutte le nefandezze colonialiste nel cui contesto quelle armi occidentali si collocano.    

Eritrea: là dove l’Italia non ha coraggio

Fulvio Grimaldi ci racconta l'Eritrea che non trapela in Occidente, Paese che per 'aiutarli a casa loro', meglio se li "lasciamo fare!", visti i danni fatti
 di CESARE GERMOGLI  20 luglio 2017 17:00
Credit EritreaLive
Aiutiamoli a casa loro‘, la formula magica sventolata dalle forze politiche di turno con cui si cerca di buttare acqua sul fuoco quando si parla, ormai quotidianamente, del problema immigrazione.
Niente da ridire sul proposito, ovviamente, la cui giustezza di fondo è quasi lapalissiana. Qualche dubbio può invece sorgere quando si cerca di capire le modalità con cui tale linea andrebbe seguita, ma anche qui rimaniamo nel campo non inedito dei propositi non accompagnati da piani concreti.
se scoprissimo che non solo stiamo facendo poco per favorire il progresso economico e sociale in Africa, ma che al contrario stiamo operando nella direzione opposta, cosa dovremmo pensare?
Questo sembra emergere quando si ascolta la testimonianza di Fulvio Grimaldi, giornalista e inviato di guerra per RAI e BBC, poi documentarista indipendente che, dopo una recente visita in Eritrea, ha realizzato insieme a Sandra Paganini ‘Eritrea una stella nella notte dell’Africa‘, un docufilm che racconta una verità diversa su quello che oggi è il paese più demonizzato dell’Africa.
Abbiamo quindi parlato con lui dei rapporti tra il nostro paese e la prima delle sue ex colonie, le cui autorità auspicano un intensificarsi dei rapporti con l’Italia risultando però inascoltate.
Cerchiamo dunque di andare oltre la superficie e di capire cosa c’è realmente dietro ad una situazione diversa da come la possiamo immaginare, e da come ci è stata raccontata.

In cosa consiste la specificità dell’Eritrea nel contesto africano, in particolare nei rapporti con l’occidente?
Innanzitutto la questione Eritrea andrebbe sempre affrontata inquadrandola nel contesto complessivo del continente africano, che in questo momento è sicuramente sotto un attacco massiccio di molte potenze che si sono rese conto che lì c’è un futuro fatto di grande potenziale economico, e quindi di arricchimento inestimabile. E che ci sono le condizioni, anche dal punto di vista politico e sociale, per intervenire e approfittarne, data la presenza di una serie di governi corrotti che hanno aperto le porte ad nuovo colonialismo, sostanzialmente portato avanti dalle stesse potenze coloniali di un tempo, più gli Usa ora in prima fila, ma con rinnovato vigore.
In questo contesto l’Eritrea si colloca un po’ a parte, ricoprendo una posizione molto specifica e diversa dalla maggioranza dei paesi africani, in quanto non è succube dei diktat degli organismi finanziari e politici internazionali. Questo ha comportato naturalmente l’inimicizia delle potenze occidentali, accompagnata anche da una massiccia propaganda mediatica ostile, in quanto questo paese esce dal quadro di quello che si vorrebbe che fossero i governi subalterni del sud del mondo, per esempio non accettando (unico paese africano insieme allo Zimbabwe) alcuna presenza militare statunitense sul proprio territorio.
Tale clima che si è creato attorno all’Eritrea si è sostanziato, tra i vari modi, nelle sanzioni comminate dall’Onu nel 2009.

Quanto è critica attualmente la situazione politica ed economica dell’Eritrea?
Le sanzioni del 2009 hanno sicuramente peggiorato una situazione venutasi a creare anche in seguito all’uscita dell’Eritrea da una guerra di liberazione trentennale, poiché le rendono difficile svolgere un ruolo di partner economico nei confronti di altri paesi senza che questi vengano a loro volta sanzionati e isolati.
La realtà è comunque diversa da quella che la propaganda mediatica vuole far passare per vera, cioè quella di un paese ostaggio di una dittatura che è causa di povertà estrema, dalla quale la popolazione cercherebbe di fuggire in tutti i modi. La politica sociale del governo è improntata a una equa distribuzione della ricchezza, tale da cancellare fame e miseria. Si tratta di un modelloo di giustizia sociale ed ecologica chge non può che essere inviso, per il suo potenziale di contagio, agli interessi predatori del nuovo colonialismo.

Cosa determina quindi la grande affluenza di migranti eritrei verso l’Europa?
In questo senso le problematiche economiche sono determinanti, non quelle politiche. Le sanzioni internazionali hanno frenato notevolmente uno sviluppo che negli anni dopo la liberazione, 1991, e fino all’aggressione etiopica del 1998-2000 (su mandato Usa), era stato tra i maggiori nel continente africano.
Ho girato ripetutamente l’Eritrea e non ho riscontrato assolutamente le condizioni di miseria estrema e di fame che si trovano in tanti altri paesi del continente. E questo per merito di un governo che ha posto come sua assoluta priorità l’autosufficienza, la non dipendenza dagli organismi internazionali, una politica che pone al primo posto i mbisogni basilari della popolazione e dove, di conseguenza, le disuguaglianze sono minime,
Ciò si può notare da una parte all’altra dell’Eritrea dove non si trova una povertà estrema nonostante le difficili condizioni che il paese ha dovuto affrontare, tra  guerre di aggressione, isolamento economico e diplomatico e la mancanza di scambi commerciali se non con alcuni paesi arabi e che se ne infischiano delle sanzioni internazionali.
Questo isolamento ha sabotato la capacità del mercato del lavoro di assorbire la domanda delle nuove generazioni generando un flusso migratorio cospicuo, ma gonfiato nelle statistiche e anche da un pull factor inventato dai colonialisti per svuotare il paese delle sue migliori energie. Infatti, ai rifugiati eritrei, e solo a  loro,è concesso automaticamente il diritto d’asilo in Europa, e per questo motivo molti profughi provenienti da paesi vicini, come Etiopia, Gibuti, Somalia, con grandi affinità etnmiche, linguistiche e culturali, vantano strumentalmente la cittadinanza eritrea per godere dei diritti che a loro non sarebbero concessi.
A questo si aggiunga la tendenza naturale al ricongiungimento famigliare con la prima generazione di immigrati eritrei, giunti nel nostro paese in particolare negli anni ’70, in fuga dali bombardamenti e dalla repressione del regime etiopico.

Il ministro degli Esteri eritreo ha recentemente manifestato un grande interesse all’intensificarsi dei rapporti politici, economici ed imprenditoriali con l’ex potenza coloniale italiana, non trovando però nel nostro paese un ascolto attento. Se è veramente così che occasione stiamo perdendo?

È certamente così. Questa è una grande vergogna storica dell’Italia che ha nei confronti dell’Eritrea un debito gigantesco. Siamo stati una colonia rapinatrice e predatrice, abbastanza spietata e con caratteri analoghi all’apartheid sudafricana. Certamente abbiamo anche contribuito ad un certo sviluppo del paese in ambito urbanistico, agricolo e dell’industria leggera, ma sempre e soprattutto a beneficio delle classi borghesi italiane colonizzatrici. Alla popolazione indigena non era permesso di accedere all’istruzione superiore, non si doveva superare la quarta elementare,  si restava confinati nei propri ghetti con accesso accesso solo ai lavori più umili. 
Tutti i governi del dopoguerra sono responsabili del  rifiuto di un doveroso e anche proficuo rapporto di amicizia e collaborazione. Politica autolesionista, dato il grande potenziale geostrategico e geoeconomico offerto dall’Eritrea per la sua posizione strategica cruciale sul Mar Rosso e sullo stretto di Bab-el-Mandeb, che, aprendo all’Oriente, costituisce una specie di ponte tra Medio Oriente, Asia, Europa e Africa; oltre ad essere un paese ricco di risorse naturali.
Non abbiamo avuto la forza e il coraggio di approfittare di questa condizione di potenziale partnership privilegiata con un paese chiave nell’area del corno d’Africa e questo per sottostare agli interessi delle multinazionali e dei centri di potere occidentali. Si tratta delle stesse dinamiche che hanno portato alla caduta di Gheddafi in Libia, altro paese con cui l’Italia godeva di rapporti privilegiati sul piano economico ed energetico in particolare. Anzi, aderendo alla guerra di sterminio lanciata da Francia, Usa, Nato abbiamo compromesso forse definitivamente, oltre la pace nella nostra area e la sopravvivenza di un grande paese,  i nostri interessi. Interessi  che sono stati sostituiti da quelli degli altri.

Un miglioramento nei rapporti tra Italia ed Eritrea potrebbe rientrare nel famoso paradigma dell”Aiutiamoli a casa loro”? E quanto questo potrebbe incidere sul contenimento dei flussi migratori?

Anche solo il ritiro delle sanzioni economiche ridurrebbe ad un fenomeno marginale l’emigrazione di giovani dall’Eritrea. Per cui dovremmo smetterla di cercare di imporre i nostri modelli di assetto politico ed istituzionale ad altri paesi.  La storia dimostra che con questo pretesto, insieme a quello della difesa dei diritti umani, l’occidente ha più volte causato disastri piuttosto che risolvere problemi. In sostanza, per aiutarli a casa loro, per evitare che Eritrea e Africa vengano svuotate dalle loro giovani generazioni, cioè’ dalle migliori energie, dal futuro, per offrirsi nude alla spoliazione colonialista, con parallela destabilizzazione di molti paesi europei,  basterebbe astenersi dal volere loro dettare quel che devono fare, rispettarne autonomia e libertà di scelta. Collaborare nel quadro di questo rispetto.

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sabato 22 luglio 2017

ZANOTELLI, ZITTO E VERGOGNATI - Prima lui poi Netaniahu


Interrompo il mio impegno monotematico sul nuovo documentario “O la Troika, o la vita”, che mi sta tenendo lontano da blog, facebook, youtube e un sacco di amici e interlocutori, perché sopraffatto dall’indignazione rispetto al solito energumeno delle distrazioni di massa e disinformazioni imperialiste che si fa, e vien fatto, passare per modello di pacifismo e solidarietà per gli oppressi e sfruttati.

Occuparsi del prete Zanotelli, quando quello che Israele sta facendo da settant’anni e di nuovo oggi ai palestinesi rende il massacro nazista di Varsavia, o la strage Usa di civili vietnamiti a My Lai, o le carneficine dei decapitatori wahabiti, Isis o sauditi, in Siria, Iraq o Yemen,  delle sporadiche intemperanze, parrebbe spaesante, quasi depistante, certo sproporzionato. Gli è che delle nefandezze del post-nazista  Netaniahu, delle sue SS travestite da coloni, della sua corte mediatica e spionistica talmudista, grazie ai nuovi massacri compiuti intorno ad Al Aqsa e alla spianata delle moschee, dove gli invasori talmudisti vorrebbero ricostruire uno storicamente fantasmatico Tempio di Salomone, se ne stanno occupando già in tanti.

Tutti con i palestinesi, finchè non si muovono.
Dato che da qualche anno il popolo, la resistenza palestinesi dalla simbiosi Autorità Palestinese-regime necrofago israeliano sono stati fatti a brandelli, con le sinistre emasculate, disintegrate eticamente e politicamente dalla scelta anti-Assad e Hamas ridotto a meri schiamazzi dalla connivenza talmudisti-Fratelli Musulmani di Qatar e Turchia, la “causa palestinese” ha sempre raccolto più sostenitori, più apologeti, più prefiche che quella dell’altro riscatto arabo negato, in Iraq, Libia, Siria, Yemen. Le cause innocuizzate, ridotte a istanze di poveretti, di vittime inoffensive, sono compatibili, non turbano nessuno, vi si può dispiegare per intero la propria autocoscienza e compiere rigeneranti lavacri della propria ipocrisia.


Aspettate che, magari, stavolta, grazie all’innesco  dell’Oberstummbannfuehrer, con i suoi provocatori ostacoli alla frequentazione dei palestinesi musulmani di ciò che è loro, come a suo tempo il boia di Sabra e Shatila, Sharon, quando trascinò il suo apparato psicofisico, tanto lardoso quanto corrotto, per la Spianata delle Moschee, i palestinesi rispondano a tono. Magari con quella violenza che l’ONU e il diritto internazionale legittimano contro nazifascismi e occupazioni. E vedrete come si assottiglieranno le file dei corifei devoti della non-violenza. Difficile, mi pare, oggi come oggi, che si vada oltre alla sacrosanta esplosione di rabbia e alle davidiane fionde e pietre. Prima i vari Abu Mazen e sue mafie andrebbero processate per altro tradimento. Non c’è chi dirige, coordina, organizza. C’è solo chi rinnega, tradisce e colpisce alle spalle. Quelli giusti stanno nelle celle della Gestapo sionista.

I santi apripista di Cortez e della Compagnia delle Indie


Si parlava di Alex Zanotelli. Missionario  e guru del pacifismo da due lire al chilo. L’uomo che già per essere un missionario, cioè un militante degli storici squadroni di apripista dei colonialismi e genocidi attraverso l’alienazione coatta delle menti dei colonizzandi, sollecitata dal ricatto  “sanità, istruzione e paradiso”, mi risultava sospetto. Ma poi missionario addirittura comboniano, cioè di quel ramo dei facilitatori dell’eurocentrismo militare, economico e culturale cristiano, che deteneva il controllo totale sull’evoluzione della società del più grande stato africano, il Sudan. Ne gestivano in monopolio privato scuole, università e ospedali fino a quando, negli anni ’70, il nasseriano presidente Nimeiry non completò l’indipendenza della nazione e li espropriò e nazionalizzò ogni cosa.

Sudan e Sud Sudan: i regali dei comboniani all’Africa
Da allora i comboniani, forze speciali del Vaticano come non mai, in stretta collaborazione con gli Usa e Israele e relative multinazionali del petrolio, del legno e di altre risorse, presero a brigare per impartire al Sudan statizzato e poi anche islamizzato una lezione  epocale: la secessione del sud a maggioranza nera e cattolica. L’hanno ottenuta e il Sud Sudan, interessante solo perché grande serbatoio di energia fossile, è da allora qualcosa rispetto alla quale la Libia post-Nato, dilaniata, come il Sud Sudan, dai conflitti interetnici e tribali, come sempre gestiti da opposti interessi nazional-multinazionali, è solo una partita un po’ dura di football americano. Un ininterrotto Niagara di sangue da quando comboniani e potenze coloniali se ne sono impadroniti nel 2011.

Per diffidare di Padre Zanotelli ce n’era. Diventato monumento sul piedistallo eretto sulle baracche del ghetto keniano di  Korogocho (come Saviano con Gomorra), si è assicurato un pulpito che, ahinoi, è ascoltato, oltreché dai compari amici del giaguaro, anche da una massa considerevole di utili idioti. E’ da questo pulpito che il monaco ha lanciato ai giornalisti  italiani (e, data la caratura del personaggio. del mondo) un appello tonitruante in favore della pace, contro la vendita di armi a Stati belligeranti e in perfetta linea con tutte le considerazioni con le quali l’attuale imperialismo necroforo va accompagnando e agevolando le sue operazioni d sterminio e predazione nel Sud del mondo. Linea che con l’imperialismo della menzogna, delle sanzioni e delle guerre già si sposava perfettamente nella rivista comboniana “Nigrizia” diretta dallo Zanotelli.


Spianata la strada a chierichetti, adepti, nonviolenti vari, con le geremiadi, per noi del tutto sorprendenti(!) sull’asservimento dei giornalisti che tengono famiglia ai potentati mediatici, il missionario, stavolta addentratosi tra rotative e telecamere, implora tali servi di sfidare rampogne e financo cacciate in strada (non è il martirio suprema virù cristiana?) “tentando di far passare ogni giorno qualche notizia per aiutare il popolo italiano a capire…”  Da capire soprattutto - il comboniano non smentisce le sue priorità - il Sud Sudan, dove ci ricorda che c’è una “paurosa guerra  civile” e, in coerenza con tutti coloro che ci mascherano da “guerre civili”, aggressioni, maneggi e complotti colonialisti e imperialisti, chiude nel silenzio della sua limpida coscienza  i mandanti del conflitto, che è tutto intorno al petrolio e che sono tutti gli stessi delle analoghe “guerre civili” in Congo, in Somalia, Libia, Siria, Iraq….

Sarkozy, Hollande, Macron, George Clooney e… Zanotelli
Con profondo rispetto per gli ordinamenti statali e sociali che si danno altri paesi, altre storie, altre culture, altre necessità, a preferenza sui modelli praticati a Roma o New York, o nella monarchia assoluta del Vaticano, Zanotelli unisce la sua voce al coro con cui l’imperialismo inneggia al rinnovato assalto all’Africa. E’ il coro che, dagli arnesi politici delle banche e multinazionali giù giù fino ai loro sguatteri mediatici a cui s’appella Zanotelli, rappresenta all’opinione pubblica i governi e i paesi da frantumare e derubare. Quello del Sudan, già bombardato da Clinton con la distruzione della più grande fabbrica farmaceutica dell’Africa (forse perché Bashir aveva cacciato il fidato Osama bin Laden) e relative 10mila vittime da mancanza di medicinali, non è un presidente, ma il solito “dittatore”, con sulla coscienza  i popoli martiri della Nubia e del Darfur (cari a George Clooney e ad altre spie assoldate da Hollywood e Amnesty International). Profonda analisi. Il dettaglio della desertificazione avanzante, che in quelle regioni ha contrapposto agricoltori sedentari ad allevatori nomadi, offrendo agli specialisti della destabilizzazione di nazioni l’occasione di soffiare sul fuoco santificando gli uni e demonizzando gli altri, è dettaglio che al prete non interessa.

Com’è che si chiamano le ingerenze colonialiste nel Terzo mondo? Guerre civili.
Il monaco insiste poi sulla via delle mistificazioni imperial-coloniali, lamentando i silenzi mediatici sulle solite guerre “civili” nel Sahel, Ciad, Centrafrica, Mali, e doverosamente oscurando gli abbaglianti lampi del ritorno di fiamma neocoloniale della Francia con Sarkozy, Hollande, Macron, cui i surrogati jihadisti trasferiti in loco servono da pretesto per spedizioni militari che garantiscano il controllo sui più grandi giacimenti di uranio del mondo. Per questo serve che le popolazioni si sbranino tra loro con l’immissione di un po’ di Isis. Sarà la Legione a sistemare tutto. Sono queste, per il monaco pacifista, analisi da complottisti.

Rincuorati i fedeli con la condanna del silenzio “sulla vendita di armi pesanti e leggere a questi paesi che non fanno che incrementare guerre sempre più feroci da cui sono costretti a fuggire milioni di profughi” (guerre mica innescate qua e là dagli occidentali che, tra Usa e Francia e Israele (ora anche la Germania), hanno basi o presidi militari in 52 paesi africani su 53. Mica per controllare l’obbedienza dei governi, o, nel caso, innescare turbolenze “civili” nel quadro della strategia del caos, utile alle depredazioni e disutile alla saldezza  e autonomia degli Stati! Macchè, è tutto fatto nel segno della reciproca sicurezza e dello sviluppo.


Eritrea? Satana! L’ha detto Obama, non lo può non ripetere Zanotelli
Qual è il 53° paese africano, l’unico, che non ospita basi americane e, per sovrappiù, non chiede crediti dal Fondo Monetario Internazionale , né accetta diktat dalla Banca Mondiale, da Bruxelles, o da Washington e, orrore! persegue con determinazione una politica di equa distribuzione della ricchezza, ha alfabetizzato tutto il suo popolo nei 10 anni dopo i 30 della guerra di liberazione condotta contro l’Etiopia, sicario prima degli Usa, poi dell’URSS e poi, di nuovo, degli Usa? Che assicura sanità e istruzione a tutta la popolazione? E inopportunamente sta seduto sul nodo geopolitico, geostrategico e geoeconomico cruciale tra sud e nord, est ed ovest, sullo stretto di Bab el Mandeb, tra Mar Rosso e Mare arabico, Golfo Persico e Oceano indiano? E’ da lì deve essere rimosso perché serve agli Usa?  E perciò ogni due per tre subisce l’attacco di un’Etiopia, vera tirannia che annega nel sangue le rivolte delle minoranze depredate, ma pro-occidentale e dunque sfuggita agli anatemi del missionari? Quale è il paese africano che, senza aver mai mosso un dito contro nessuno, ma deve spendere somme preziose per difendersi dal mandatario etiopico di Usa-UE-Israele,  è alle solite sanzioni Usa. Onu e UE che ne vogliono sabotare lo sviluppo?


Chi ha buona volontà di seguirmi, mi ha letto, ha sentito qualche mia conferenza, ha visto il mio documentario “ERITREA, UNA STELLA NELLA NOTTE DELL’AFRICA”,  sa di chi parlo. E capirà perchè a leggere l’appello del comboniano mi si è rivoltato lo stomaco.

Il Premio Nobel per la pace e per le sette guerre genocide condotte, Obama, aveva detto: ”I due regimi più criminali del mondo sono la Corea del Nord e l’Eritrea”. Alex Zanotelli, accomunandosi con robusta nettezza alle diffamazioni del caporione bellico imperialista e arrivando al diapason delle sua addolorata indignazione, scrive:”E’ inaccettabile il silenzio sull’Eritrea, retta da uno dei regimi più oppressivi al mondo, con centinia di migliaia di giovani in fuga verso l’Europa”. Notate la perfetta sintonia, la meravigliosa armonizzazione, tra i due coristi della restaurazione colonialista in Africa (e ovunque)? 

E a proposito della balla delle centinaia di migliaia di giovani in fuga (da un paese che vent’anni fa aveva 5 milioni di abitanti e oggi ne ha altrettanti!), particolarmente sporca è l’operazione del religioso cattolico che, da eccellenza della competenza africana, pretende di ignorare che un paese povero, sottoposto a sanzioni, isolato dagli scambi, possa avere problemi di occupazione (ma non di fame e miseria come tutti i vicini filo-occidentali). Pretende di non sapere che poderoso pull factor sia la concessione automatica dell’asilo politico a tutti i migranti eritrei e solo a loro (spopolare!), e quanti migranti dell’Etiopia, devastata dal land-grabbing e dalle dighe Impregilo, o dalla Somalia, affidata al caos perpetuo e ai bombardamenti Usa, si fanno passare per eritrei per rientrare nel privilegio. E si fa passare per voce del Signore. Bisogna vedere di quale signore.

L’appello del mentitore ai mentitori
Il missionario avrà fatto quel che ha fatto in Sudan e poi in Kenya, ma in Eritrea non ha mai messo piede e quindi, come sulle altre questioni su cui pontifica disinformando, il suo appello non è altro che un invito all’informazione come manipolata e spurgata dalle voci del padrone. Il missionario è anche giornalista. Per anni,su “Nigrizia”, organo catto-colonialista, come “il manifesto” è sinistro-imperialista, ha lastricato di cattive intenzioni e falsa informazione la via all’inferno neocolonialista. Viva la deontologia, Alex, viva le deformazioni della verità sui paesi che le malformazioni necrofile occidentali destinano al saccheggio e alla distruzione.

Accogliamoli tutti e svuotiamo l’Africa
Assicuratosi altri meriti imperialisti e la munifica benevolenza di George Soros con l’invocazione all’accoglienza universale dei migranti, come auspicano coloro che non vedono l’ora di succhiarsi l’Africa dopo averla spopolata delle sue migliori energie, per poi  destabilizzare l’Europa periferica e contribuire  con questi nuovi schiavi a radere al suolo i diritti di tutti i lavoratori, Zanotelli sollecita la Federazione Nazionale della Stampa a smuovere la Commissione di Vigilanza sulla RAI e le grandi testate nazionali.  Ha scelto quelli giusti. Quelli visti in piazza per Giulio Regeni, collaboratore in Inghilterra di spioni e macellai di popoli (“Oxford Analytica”), e per tutte le bufale e False Flag che l’Impero dissemina sul suo tragitto di morte.

Non potendo mancare il riferimento che gli assicura la simpatia della più potente delle lobby, il frate blatera di “un’altra Shoah (ma non era unica?) che si sta svolgendo sotto i nostri occhi e che ci costringe tutti a darci da fare perché si rompa questo maledetto silenzio sull’Africa”.

Bravo, Padre Zanotelli, sembra quasi che queste parole siano dedicate all’AFRICOM, al comando centrale per l’Africa degli Usa che nei prossimi anni governerà la corsa dell’Occidente alla nuova rapina del continente delle grandi ricchezze. La shoah africana c’è già stata. Ne sono un bel pezzo i 20 milioni di vittime congolesi di Leopoldo II, benedetto dai missionari. O i 600mila libici fatti ammazzare dal nostro connazionale Mussolini.  O i 65mila ascari eritrei che i marescialli Graziani e Badoglio hanno mandato a morte per allargare l’Impero. Cittadini di un paese che occupammo, depredammo e che tu, senza vergogna,  continui a calpestare. E un’altra shoah africana è avviata, delle tante della storia dei padroni. Tu  hai fatto quanto serve.

Ora però l’Africa ti chiede un ultimo favore: il tuo di silenzio. Che noi, più pii di te, chiameremo benedetto.

Facciamo parlare questi: 






giovedì 22 giugno 2017

A presto!



Un saluto a tutti.

E occhio a quelle merde di sauditi, ai vaccinatori multipli di Casa Frankenstein, agli smartphone che ti consegnano nudo come un verme a chi ti fotte e alla stupidità, al torvo papa sorridente e bla-bla-ista, a chi ti assalta alle spalle con le lame della "società civile", dei "diritti umani", dei "nostri valori", a chi distrugge il Sud lontano svuotandolo delle sue forze umane migliori e fa saltare quel che resta del Sud vicino a forza di buonismi sorosiani, Ong, accoglitori universali e"dagli al sovranista", al "populista", all' "identitario". A chi ti scassa la minchia con "è l'Europa che ce lo chiede".

E a chi vi circuisce ragliando di "nuova sinistra", "riunire le sinistre", "soggetto politico di sinistra", Bersani, Pisapia, Fratoianni, Fassina, Vendola, rispondete: "Io sto col dittatore Assad, io sto col dittatore Maduro, io stavo col dittatore Gheddafi e anche con il dittatore Saddam. Io sto con Putin. Nessuno di voi vale un'unghia di questi.

E sento che dall'alto qualcuno mi fa pat pat sulla spalla. Che sia il Che? Che sia Marx? Magari è Gramsci? Accetterei, oggi come oggi, anche un buffetto di Keynes.

Ci sentiamo più in là. E poi ci sarà un docufilm che forse si chiamerà "O LA TROIKA, O LA VITA"

Ciao.
Un saluto a tutti.

E occhio a quelle merde di sauditi, ai vaccinatori multipli di Casa Frankenstein, agli smartphone che ti consegnano nudo come un verme a chi ti fotte e alla stupidità, al torvo papa sorridente e bla-bla-ista, a chi ti assalta alle spalle con le lame della "società civile", dei "diritti umani", dei "nostri valori", a chi distrugge il Sud lontano svuotandolo delle sue forze umane migliori e fa saltare quel che resta del Sud vicino a forza di buonismi sorosiani, Ong, accoglitori universali e"dagli al sovranista", al "populista", all' "identitario". A chi ti scassa la minchia con "è l'Europa che ce lo chiede".

E a chi vi circuisce ragliando di "nuova sinistra", "riunire le sinistre", "soggetto politico di sinistra", Bersani, Pisapia, Fratoianni, Fassina, Vendola, rispondete: "Io sto col dittatore Assad, io sto col dittatore Maduro, io stavo col dittatore Gheddafi e anche con il dittatore Saddam. Io sto con Putin. Nessuno di voi vale un'unghia di questi.

E sento che dall'alto qualcuno mi fa pat pat sulla spalla. Che sia il Che? Che sia Marx? Magari è Gramsci? Accetterei, oggi come oggi, anche un buffetto di Keynes.

Ci sentiamo più in là. E poi ci sarà un docufilm che forse si chiamerà "O LA TROIKA, O LA VITA"

Ciao.

(le foto sono a Pescara del Tronto, a 10 mesi dal terremoto. Non s'è mossa né foglia, né maceria. Le dedico a chi mi ha anatemizzato per aver dichiarato di stare con il toro che, l'altro giorno, ha incornato il suo killer torero. Nel nome di tutti gli ammazzati per divertimento, soldi, potere)

 
Pescara del Tronto a 10 mesi dal terremoto


martedì 20 giugno 2017

M.O. = LAVIAMOCI LE MANI DAL FANGO CURDO E PROVIAMO A CAPIRCI QUALCOSA, PRIMA CHE SCOPPI TUTTO (e prima che "il manifesto" ci imbrogli ancora)



Parto e sarò lontano dal blog e da FB (non dai vostri interventi) per circa tre settimane. Il pezzo qui sotto è lungo. Avete il tempo per spezzettarne la lettura. O di saltarlo. Un saluto a tutti.

https://www.pandoratv.it/?p=16566

Il Presidente egiziano, Abd al-Fattah al-Sisi, in casa del lupo, a Riyadh,
alla presenza del Presidente USA, Donald Trump, glielo dice chiaro: “Il
terrorismo è occidentale”.

Il tema Al Sisi-Terrorismo riguarda la parte finale di questo post, quella sul “manifesto” e i suoi servigi all’imperialsionismo di guerra.

Londra, cristiani contro musulmani, come sunniti contro sciti: guerra civile=stato d’assedio, élite trionfante
Il mammasantissima della criminalità organizzata mondialista (qui in effigie) si frega le mani. Con l’ennesima punizione terroristica inflitta al Regno Unito per la sua uscita dall’UE, il solito veicolo stragista a economica e facile disposizione di qualsiasi sicario, cosciente o incosciente, stavolta antimusulmano, fornisce all’universo mondo occidentale, lanciato allo scontro di civiltà, il bonus supplementare del pretesto per una repressione ormai ultra-orwelliana. Se ne accorgeranno eventuali disperati, esasperati, sediziosi. Altro bonus dell’assalto alla moschea, il grattacielo, inceneritosi in 6 minuti insieme a cento inquilini per risparmiare le quattro sterline della verniciatura ignifuga, anzichè in gol è finito in tribuna, come il pallone del giocatore venduto. Non se ne parli più. Ora è tempo di prodromi di guerra civile: angli e sassoni contro tutti gli intrusi. Non ha funzionato forse molto bene con sciti e sunniti? E, prima, con cattolici e protestanti?

Tiriamo le somme. Trump celebrava la Brexit, ne vedeva motivazioni e sbocchi affini ai suoi e degli altri cosiddetti “populismi” sovranisti. Prometteva anche meno Nato e più Russia. Poi l’hanno messo in mezzo, il famigerato Stato Profondo, Cia, sinistri collateralisti, armieri e petrolieri e Trump non è più lui. E’ un pupazzetto di quelli e, per tenere a galla almeno la bananona aranciona, spara missili e minchiate a 360 gradi. Destino non difforme per la May, sua controfigura britannica che, tra coltellate e caroselli di camion, torri abitate che bruciano più rapide di uno zolfanello, dissolvenze elettorali, si ritrova alla prova del negoziato Brexit più esposta e inerme di Lady Godiva. Secondo voi, chi è che di tutto questo gioisce?

Saif al Islam Gheddafi libero. Con Haftar e i patrioti libici alla liberazione del paese
Poi, invece, ci sono due buone notizie. E, se non vi indignate, o anche se lo fate, ne aggiungerei una terza: il torero incornato dal toro in Francia, emblema di un aggiustamento morale e politico che qualcosa come 7 miliardi persone vorrebbero imporre a chi li incorna da secoli. E che quella testa di whisky di Hemingway, che sbavava in lettere e saliva su ogni corrida, riposi in pace. Una buona novella è la liberazione di Saif al Islam Gheddafi, figlio maggiore e successore designato del Grande Martire, da parte dei berberi di Zintan, alleati del generale Haftar, che a lui hanno consegnato Saif. Grottesca la reazione della Corte Penale Internazionale, nota per aver finora incriminato soltanto soggetti di pelle nera invisi all’Occidente: ne ha chiesto alle “autorità libiche” l’arresto e la consegna immediati.


Le “autorità libiche” (il magliaro Al Serraj ancorato al largo di Tripoli e la sua milizia di tagliagole e scuoiatori di neri a Misurata) vorrebbero bene assolvere all’ordine dello sponsor, tanto più che, già di loro, avevano condannato Saif all’impiccagione. Ma non possono, visto che il governo di Tobruk e Haftar, comandante delle Forze Armate Nazionali, gli stanno mettendo il sale sulla coda. Ben visti da Mosca e dal Cairo, i patrioti di Tobruk hanno riabilitato i gheddafiani e, forti di un consenso perciò crescente, hanno  conquistato i terminali petroliferi e si stanno riprendendo la Libia pezzo dopo pezzo. Nei giorni scorsi, con la conquista di Jufra, hanno liberato la regione centrale che dà accesso a Tripoli e a Sirte. E questa era la seconda notizia buona.

Meno elettori, più stato d’emergenza: si arriva alla perfezione
Una chiavica, invece, la notizia che dovrebbe far esultare il baffino bombardiere che di questi tempi si riciccia come antagonista di sinistra ovunque reperti museali autoqualificantisi di sinistra si assemblano per guardarsi in cagnesco, ma dichiararsi vicendevolmente ancora vivi. Ultimamente con Montanari e Falcone. Esprimendo una nausea che sorprende in una società come quella kosovara,  formatasi nelle provette tossiche dello scienziato pazzo Nato e non riconosciuta come Stato che da quattro scagnozzi della Nato, alle elezioni del 12 scorso ha votato appena il 41%. Quasi tanto miserrimi quanto quelli che si sono manifestati in Francia, dove si trattava di portare in parlamento un’armata di pitbull rothschildiani a guardia di colui che è stato messo lì a invertire la scelta degli affidati alla ghigliottina rispetto al 1792-1794. Ma statene certi, che a votare non ci vadano più se non corifei, chierichetti, sottopancia e parenti dei candidati, non turba minimamente  gli autoreggenti delle nostre sorti. Quello che conta è che tutti credano che lo stato d’emergenza, ormai perenne, serva a dargli sicurezza. Anzi, siccome non votano coloro, che alla fola secondo cui ogni 5 anni possono decidere liberamente chi li governerà non ci credono più e piuttosto hanno capito che ogni 5 anni sono chiamati a condividere, con persuasori occulti e manifesti, la scelta di chi li deruberà e schiaccerà, molto meglio che gli astenuti siano tanti. Di questo passo ci si disabituerà del tutto e quello che Napolitano, Monti, Letta, Renzi e Gentiloni ci hanno fatto passare sulla testa dal 2013, senza chiederci né miao né bau nelle urne, sarà finalmente il perfezionamento della democrazia.

Presidente killer e trafficante di organi
Dimenticavo la notizia chiavica: il candidato premier eletto in Kosovo è Ramush Haradinaj, criminale di guerra, ricercato dalla giustizia di Belgrado e da tutti gli uomini perbene per aver trucidato, deportato, torturato migliaia di civili serbi, per aver dato fuoco a centinaia di monasteri ortodossi antichi, per aver trafficato in organi estratti ai prigionieri serbi. Conclamato narcogangster e serialkiller, è stato assolto dal Tribunale dell’Aja, una di quelle espressioni della civiltà giuridica occidentale che uccide in carcere chi non riesce a condannare e manda a reggere il destino degli umani chi ne ha fatti fuori di più. Da D’Alema, le cui bombe ho visto a Belgrado stroncare neonati nelle incubatrici e che batte le mani al Brancaccio per l’ennesima e, certo, decisiva “nuova sinistra”, a Macron, a Haradinaj, il cerchio si chiude.

Trump, Saud, Al Thani: tu, brutto terrorista!

In Medioriente le cose si ingarbugliano vieppiù. Non avevamo finito di chiederci cosa diavolo fosse piovuto in zucca a russi e iraniani ad Astana (dei turchi si capiva facile) quando crearono le famigerate zone di “riduzione del conflitto”, affidandole a turchi, curdi e mercenariato jihadista vario, alla faccia dell’integrità e sovranità siriane, che sul palcoscenico hanno preso a succedersi tanti di quei dei ex machina da far ammutolire qualsiasi analista.

Il colpo di scena più grosso è quello di Lucky Luciano che denuncia Al Capone per mafia a don Corleone. Donald Trump, successore di una combriccola di presidenti Usa che del terrorismo hanno fatto lo strumento principe per prendersi il mondo e disfarsi di mezza umanità, piomba a Riad e promette alla più sanguinaria monarchia del mondo 110 miliardi di strumenti per insistere nella loro pratica (specie in Yemen, dove opportunamente il colera, come negli Usa dei 18 milioni di pellerossa da eliminare, arrivato a 150mila casi, facilita il genocidio all’arma Nato, italiana compresa). In cambio i decapitatori principi dell’universo mondo, massimi fornitori, addestratori e finanziatori del terrorismo in tutti gli emisferi, devono unirsi al loro mandante nella lotta, quella vera, al terrorismo. Come? Strangolando il Qatar. Una specie di prepuzio della protrusione arabica, fino a ieri sotto le ali dello stesso mandante e padrino (don Corleone), azionista di buona caratura del terrorismo Isis, Al Qaida, califfati dei vari emisferi e relative affiliazioni.

Questione di gas

Cosa c’era di meglio, per i supermonarchi sauditi, che prendersela con il minuto prepuzio aggettante nel Golfo Persico, che da rana voleva gonfiarsi a bue e che, con quel “parvenu beduino” di Al Thani, la sua emittente Al Jazieera e i suoi scherani jihadisti, pretendeva di riportare tutto l’Islam sotto la ferula dei Fratelli Musulmani, sottraendolo all’egemonia wahabita della Casa di Saud? Senza contare – anzi, contando soprattutto – che quell’escrescenza peninsulare sta immersa nel più vasto giacimento di gas del mondo, che quel giacimento lo condivide in armonia con gli “orridi” iraniani, che da lì ambisce a farsi fornitore dell’Europa, a dispetto dei sauditi e degli israeliani e del loro nuovo gasdotto Israele-Cipro-Italia, con un altro gestito d’amore e d’accordo con i satanacci persiani, in combutta con i quali diverrebbe il primo fornitore di gas del mondo.

In questo atto della commedia c’è chi fa sul serio e chi meno. Sul serio fanno i sauditi, che si vedono spuntare sotto casa un potenziale agglomerato del Golfo, Iran-Qatar, che, in tempi di petrolio calante e gas montante, è quanto di più letale quella monarchia possa temere, per quante tonnellate di armi Usa, Italiane, tedesche, Nato possa infilare in un esercito di coscritti immigrati, tanto demotivati che, per mettere sotto i più sfigati arabi del mondo, gli yemeniti, non gli sono bastati gli F16 e l’artiglieria manovrati da centrali Usa. Tanto più sul serio fanno questi pervertiti trogloditi dalle caverne d’oro per aver sentito sotto i piedi i fremiti sismici di metà paese a confessione scita. Già il Qatar se la fa con Iran e Turchia. L’Iran ha espresso il suo dissenso verso le misure prese da Usa, Saudia e Golfo. Truppe turche si sono piazzate in Qatar contro eventuali ideuzze saudite che intendessero accentuare l’embargo diplomatico ed economico con misure militari. E l’idea che possa spuntare nel deserto il fiore di un’intesa tra Fratelli Musulmani e sciti sparsi un po’ ovunque tra Afghanistan e Bab el Mandeb farebbe saltare parecchi tavoli.

Che gli Usa non vogliono vedere saltare. Tanto che, appena svaniti dalle specchiere di palazzo reale a Riad i riflessi della sua lampeggiante chioma e dissoltesi nell’etere i suoi anatemi contro il terrorismo del Qatar, a Trump il Pentagono ha fatto vendere allo stesso Qatar armi per 12 miliardi di dollari e Tillerson, segretario di Stato, ha detto “non facciamola troppo lunga con questa storia del Qatar sentina di ogni infamia”. Si erano ricordati di colpo che lì, nel prepuzio, ci sta la più grossa base militare Usa del Medioriente, con tutti i suoi 110mila marines. Finchè si scherza….

Usa, Saudia, Israele: per i curdi Padre, figlio e spirito santo.
Parrebbe, dunque, che ci sia molto fumo e poco arrosto. O, quanto meno, che un sacco di fumo non faccia ben vedere che cosa stia cuocendo. Più riconoscibili appaiono le vicende sul campo di battaglia. Decimando a tutto spiano le popolazioni irachene e siriane, oltre a spingerle a svuotare i loro paesi e, insieme ad altre, resettare l’Europa, gli Usa non recedono dall’intento di annientare queste nazioni frantumandole in “espressioni geografiche”. Con i mercenari curdi sostituiti a quelli Isis, curdi rivelatisi vera feccia etica e politica nel loro servizio agli straziatori della Siria, nell’amicizia dichiarata per Israele e, ora, nell’apprezzamento per il ruolo “antiterrorista” dei sauditi (incredibile ma vero), gli Usa stanno prendendo Raqqa e consolidando un loro protettorato nel nord-est della Siria.
Quella dei curdi amerikkkani, filosauditi e filoisraeliani, fatti passare dai collateralisti della “sinistra” e del “manifesto” per il fior fiore della democrazia partecipativa, socialista, femminista, è una delle vergogne supreme della storia, al pari del tradimento di certi capi del comunismo occidentale e di tutti i farlocconi finti-sinistri da sempre vezzeggiati da quel giornale e utilizzati per diseducare il pupo. Autentici prostituti, al pari di quelli iracheni, miserabile strumento di un nuovo colonialismo, stavolta genocida oltreché predatore; stupide zoccole di lenoni che se ne disfaranno al primo volgere dei venti; schiuma della storia, materiale da discarica che stinge anche sul tanto rispettato PKK turco, che da questa feccia non ha mai preso le distanze e si fa dichiarare madrepatria.

Grande è il disordine sotto il cielo. Di chi fidarsi?
Dando prova di incredibile resilienza, a sette anni dall’inizio dell’aggressione l’esercito arabo siriano,  a dispetto dei ricorrenti bombardamenti della coalizione Usa, qui come in Iraq addirittura con il criminale fosforo bianco, ha riconquistato larghe fasce di territorio nel deserto che unisce Siria e Iraq e pare possa riprendersi anche Deir Ezzor, centro strategico assediato dall’Isis dal 2013. Che si possa congetturare uno scambio Raqqa-Deir Ezzor concordato tra Usa e russi? E la svolta anti-Qatar, con turchi e iraniani uniti nel sostegno dello spuntone gassifero, modificherà il ruolo, fin qui scellerato, del Qatar in Siria? I jihadisti, sostituiti dai curdi e sotto tiro, quanto meno verbale, di sauditi e Usa, metteranno la coda tra le gambe e svaporeranno, o saranno adibiti ad altri compiti, tipo terrorismo stragista dove occorre? I britannici, da sempre affettuosi padrini dei Fratelli Musulmani, li molleranno per affinità anglosassone con gli Usa e rapporti di mercato e istituzioni con i Saud?

E i russi? Che assistono abbastanza passivi alle ricorrenti incursioni di israeliani e Usa contro civili ed esercito siriani, limitandosi a una deplorazione e a un’invocazione che non si faccia più. E che hanno sancito le aree di de-escalation sottratte al  governo di Damasco. Eppure sono impegnati nella guerra all’Isis. Eppure figurano da difensori della Siria e del diritto internazionale…Ora, finalmente, dopo lo scandaloso abbattimento di un jet siriano che stava operando contro l’avanzata della marmaglia curdo-statunitense su Deir Ezzor, la reazione russa pare diventare più dignitosa: qualsiasi intervento aereo della coalizione Usa al di qua dell’Eufrate (perché non al di là???) sarà legittimo bersaglio delle forze patriottiche. Se son rose fioriranno

Le variabili sono parecchie. E così le domande in attesa di risposta. Però le spine ci sono e pungenti. Azzardo, io, una variabile. La risposta che i russi hanno annunciato nel caso che gli invasori Usa e i pulitori etnici curdi continuassero a colpire le truppe siriane – risposta difensiva che per il “manifesto”  si deve definire “minaccia” – potrebbe essere uno zuccherino offerto a Damasco per l’ormai evidente abbandono dell’impegno all’integrità territoriale del paese. Con il progetto di costituzione “decentralizzata” (leggi spartizione) fatto circolare a inizio anno e l’istituzione delle quattro aree di de-escalation lasciate in mano a turchi, jihadisti e curdi, ci sarebbero buoni motivi per sospettare che tra russi e Usa si sia arrivati a un tacito accordo sul male minore per entrambi: la divisione del paese in sfere d’influenza. Fine della Siria libera, indipendente, laica, sovrana, democratica. La domanda è se gli altri ci stanno.

Spartizione sottobanco? Chi ci sta e chi no.

Gli altri sono Damasco, che ha già manifestato una sua autonomia in merito attaccando la coalizione Usa-curdi-Isis in avvicinamento dalle parti di Raqqa; l’Iran, che, per la prima volta, ha tirato missili sull’Isis a Deir Ezzor; gli Hezbollah che hanno liberato aree sul confine siro-iracheno e i turchi che stanno con chiunque stia contro i curdi. Sullo sfondo anche il Qatar, in odio ai concorrenti del Golfo, con però la libertà di manovra che (non) gli concede quella grande base Usa. Usa, Sauditi con satrapi minori e Israele, la triade fine-del mondo arabo (e non solo), questi sviluppi non li avevano calcolati e ora gli tocca vedere se, pur di far fuori il renitente Iran, gli conviene giocarsi il più forte contraente militare alleato, la Turchia, gia contrappostasi vigorosamente con l’invio di truppe in Qatar. In Iran, poi, va visto chi tiene il mattarello, se il filoccidentale neoliberista Rouhani, o la Guida Khamenei con le Guardie della Rivoluzione impegnate in Siria sul terreno.

L’Egitto di Al Sisi e “il manifesto” degli utili compatibili
Poi c’è l’Egitto. Tanto detestato dai sinistri quanto questi, in logico sequitur, se ne stanno ammansiti, e perfino compiaciuti, agli ordini del giorno dei feldmarescialli imperiali. Nell’organo della sinistra imperialista, “il manifesto”, riescono a convivere, senza attriti e peli sullo stomaco (che nel caso dovrebbero essere setole), da un lato gente che in geopolitica fornisce viveri politici e supporto morale alle armate di quei feldmarescialli e, dall’altro, un crocchietto di comunisti,antimperialisti, terzomondisti e filo palestinesi. Schierarsi con i palestinesi è giusto, ma, nella loro attuale inoffensività, assolutamente tollerabile. Sostenere i progressisti dell’America Latina non importuna né l’ENI, né il nostro turismo. Fare il bignamino, in fondo alla penultima, dell’armamentario terrestre, aereo, navale, spaziale, nucleare di Usa e Nato, non disturberebbe neanche la rivista della Pinotti, “Analisi Difesa”.


Decisivo per questa gazzetta dei “valori occidentali” e per il nulla osta che conta, è condividere tutto quello che pensa, dice e fa Soros, far passare l’emergenzialista post-nazista Macron teneramente per “centrista”, spendersi appassionatamente per Hillary, far l’occhiolino a Fassina&Fratoianni e l’occhiolone a Pisapia-Bersani, esaltare come martire la spia Regeni, lanciare brigate internazionali rossandiane contro la Libia, deformare ogni governo ostico alla civiltà euroatlantica in feroce dittatura, lubrificare con l’ipocrisia della solidarietà lo spopolamento del Sud del mondo per mano di Soros, Ong e F16 Usa-Nato  e puntellare qualsiasi truffa, menzogna, false flag, che l’Impero s’inventi per sodomizzare qualcuno. Ogni nefandezza è salva se piangi sugli esodati, o brandisci la CGIL, o dai dello xenofobo, dell’omofobo, del populista a chi non si accompagna a Vladimir Luxuria o non picchia in testa agli euroscettici. Ma l’appartamento in cui si fanno riunioni contro l’ascensore che manca, o le barriere architettoniche, o perché il cortile accolga 32 senegalesi, o per protestare contro il chiasso che  fanno le parate Nato, è perfettamente integrabile in un edificio dal cui terrazzo si spara sulla folla.

Dicevo dell’Egitto e chiudo. In apertura vi ho invitato a visitare questo link

E’ uno straordinario intervento del presidente egiziano, Al Sisi, quello che sostiene Haftar e i gheddafiani in Libia, al vertice Usa-arabo di Riad. E’ una denuncia articolata, veemente e completa del terrorismo e di chi lo ha inventato, se ne serve, lo recluta, lo finanzia, lo addestra ne promuove i genocidi e la distruzione di popoli e nazioni. Sono le cose che noialtri “complottisti”, populisti, sovranisti, eversori anti-establishment e, parlando seriamente, onesti comunicatori e autentici antimperialisti, denunciamo da anni. Venendo dal capo del più influente e importante paese arabo e africano, piagato dal terrorismo dei Fratelli musulmani-Isis da quando il popolo egiziano si era liberato del despota islamista Morsi, l’accusa di Al Sisi e un atto di coraggio fenomenale e di verità incontestabile. Notare nel video le reazioni di Trump e di Re Salman, a cui Al Sisi quelle accuse le ha lanciate in faccia.


Non stupisce per niente che “il manifesto”, capogita delle spedizioni mediatiche contro l’Egitto laico e indipendente, Egitto oggi amico di Mosca e della Libia liberata, ne abbia tratto lo spunto, con la stridula voce dei suoi cantori sorosiani, per rovesciare sul paese e sul suo presidente l’ennesima caterva di calunnie e menzogne. Pretesto, come giorni prima con la Russia, la messa sotto sorveglianza delle Ong. Niente che possa essere confrontato con la repressione delle Ong israeliane che sostengono i diritti dei palestinesi, tipo Betselem. Alle Ong in Egitto, come a quelle i n Russia, Venezuela, Ungheria, che sappiamo essere ciò che i missionari erano per i colonialisti, si registrino e denuncino i fondi che ricevono dall’estero. Ed evitino di utilizzarli per operare in favore di potenze nemiche, alla maniera del Regeni, l’operativo di una multinazionale dello spionaggio e degli squadroni della morte.  Chissà se Soros ne sarà contento. Dopotutto risparmia.