domenica 21 gennaio 2018

SIRIA: Mission accomplished, o mission impossible? Curdi santi subito. Come al solito trattasi di farabutti.


E’ da qualche tempo che la Siria è ai margini delle cronache e analisi, salvo che per i fissati, in buona, ma più spesso in malafede, del popolo curdo santo subito. Qualsiasi costo comporti quella santificazione: pulizie etniche, distruzione di integrità nazionali, invasione e occupazione di padrini coloniali, rafforzamento ed espansione di Israele, ulteriori devastazioni, lutti, sangue. Coloro che si sentono dalla parte dell’ennesimo paese che la “comunità internazionale” (Nato, Israele, UE e Usa) sbatte al muro per cibarsi poi dei suoi frammenti, pensano che un’assidua attenzione e un irriducibile sostegno alla causa della Siria unita, laica, sovrana, multiconfessionale e multietnica, antimperialista, antisionista, progressista, non siano poi più tanto urgenti, “visto che si è vinto”. Una vittoria che, però, ad altri rischia di suonare come l’illusorio “mission accomplished” di Bush il Fesso sulla nave USS Abraham Lincoln. Come è noto, al proclama di missione compiuta seguirono, ad oggi, 17 anni di guerre e terrorismo, un genocidio strisciante di cui fanno parte, oltre ai 3 milioni di iracheni, oltre 5mila GIs americani.

Tout va bien, madame la Marquise
In effetti, a un giro d’orizzonte un po’ disinvolto il quadro potrebbe apparire discreto, sicuramente migliore di 6 anni fa, quando USraele, Turchia e principastri del Golfo disseminarono la Siria di terroristi jihadisti, rastrellati in Medioriente, Asia e tra gli immigrati in Europa (che il buonismo d’annata ritiene integrati ed assimilati), addestrati in Turchia e Giordania, riempiti di petrodollari e droghe stimolanti crocefissioni e squartamenti. Isis e Al Qaida (nelle sue varie riedizioni) cacciati da Mosul, da quasi tutto l’Iraq, da Aleppo, Raqqa e Deir Ez Zor. Assad tuttora al potere, sorretto dalle armi dei suoi patrioti ed alleati e, ancora più robustamente, dal sempre più ampio consenso del popolo. Buona parte dei 6 milioni di siriani sradicati, evacuati e rifugiati, che Soros, le Ong dei salvataggi e i volponi dell’accoglienza avevano sottratto alla difesa e ricostruzione del paese e destinato al sottolavoro sottopagato UE, sono rientrati, stanno rientrando, preparano il rientro. La questione della totale liberazione del territorio nazionale e, dunque, la ricostituzione della sua integrità e unità sarebbero state risolte una volta che i gruppi di terroristi, rintanati nelle zone di de-escalation concordate ad Astana, si sarebbero convertiti alla pacifica convivenza. Intanto i russi sarebbero riusciti a sedurre i curdi a mollare gli americani e ritirarsi in buon ordine nelle loro riserve originali, per la felicità di una Siria integra, pacificata, da avviare alla ricostruzione.

Allungando lo sguardo si traeva conforto dal fallimento di un’insurrezione in Iran che, partita dalla protesta contro la marcia indietro sul piano sociale che il “riformista” Rouhani  aveva inflitto a operai e contadini riscattati dal predecessore “conservatore” Ahmadinejad, i soliti infiltrati alla Otpor avevano tentato di colorare a stelle e strisce. La Siria avrebbe potuto continuare a valersi del sostegno del forte vicino e, accanto a esso, dei fratelli Hezbollah, cruciali sul terreno quanto i russi nell’aria.

Ma anche il quadro generale, planetario, diceva bene ai giusti e maluccio ai malvagi. Le mattane che il polentina della Casa Bianca andava combinando, o di suo, o perché sotto schiaffo del rettilario obamian-clintoniano, forte di Cia, FBI, Pentagono e della bufala Russiagate, si risolvevano in altrettante palle in buca dei suoi avversari. Per la prima volta la collaborazionista e sodomizzata dirigenza palestinese denunciava la fregatura di Oslo, quegli accordi che, per l’espansionismo genocida di Israele, avevano costituito l’ Iron Dome (sistema antimissile) contro ogni prospettiva di Stato palestinese. L’apocalisse nucleare fatta brandire a Trump contro il nanetto nordcoreano da un’industria in fregola di produzione e ammodernamento, prometteva di ridursi in zolfanello grazie al riavvicinamento delle due Coree come consacrato dall’unificazione olimpica. E perfino in Venezuela, le polveri da sparo della controrivoluzione e della  destabilizzazione Usa, prima economica, poi terroristica, poi politica, venivano bagnate da una successione di vittorie elettorali di Maduro e da una finalmente più rigorosa e coerente risposta agli sguatteri di Washington, istituzionale, sociale, finanziaria, militare.


Uno sguardo senza le lenti del trionfalismo
Tutto ciò se insistiamo a voler guardare le cose attraverso le lenti dell’ottimismo e della fiducia incondizionata a coloro dalla cui parte ci schieriamo. Togliendoci quegli occhiali e assumendo una posizione, diciamo, più laica, lo scenario rivela zone piuttosto oscure. Mentre gli israeliani sono alla centesima, più o meno, incursione su obiettivi militari e civili siriani, fatti passare per rifornimenti iraniani a Hezbollah (e anche se fosse), senza che nessuno fiati e denunci gli evidentissimi crimini di guerra dello Stato più canaglia della regione, i loro alleati più stretti dopo gli Usa, capeggiati dal golpista Capitan Fracassa di Riyad, concludono, seppure a fatica, l’eliminazione dalla faccia della Terra del popolo yemenita. Sta bene a Israele e agli Usa e anche qui non c’è nessuno che fiati o denunci crimini contro l’umanità che, tra i tanti paralleli imperialisti e colonialisti, trovano, per proporzioni tra vita e morte, quello più azzeccato nei 20 milioni di congolesi fatti fuori da re Leopoldo del Belgio.

Distogliendo le sue migliori truppe dalla linea rossa dell’Eufrate a nord-est, evidentemente subita come insuperabile da un concerto russo-statunitense (alla faccia dell’integrità territoriale), i reparti d’élite “Tigre”, Damasco ha lanciato, con successo, l’offensiva contro l’enclave turco-Al Qaida (detta qui Esercito Libero Siriano) di Idlib, nel nord-ovest: Trattasi di una delle sei zone di ”riduzione del conflitto” decise ad Astana tra turchi, iraniani, siriani e russi. Il fatto che la Siria voglia riprendersela, come è suo sacrosanto diritto/dovere, come anche che abbia dovuto rinunciare alla pur annunciata riconquista della zona a est dell’Eufrate, potrebbe anche far sospettare qualche discrepanza tra Mosca e Damasco.

Chi spara droni sui russi? Chi deve intender intenda…
Per tutta risposta all’iniziativa siriana, condotta con il sostegno dei raid aerei russi (le sfaccettature e incongruenze della situazione sono infinite), la Turchia ha inviato massicci rinforzi nella regione, già da lei presidiata insieme ai suoi mercenari jihadisti, e qualcuno è saltato con vigore addosso alle basi russe a Hmeimim e Tartus. Si è trattato di un’incursione di 13 droni, tutti abbattuti o costretti all’atterraggio, diretti dall’alto da un pattugliatore Usa “Poseidon”, in volo a portata di comunicazione elettroniche. Droni  che, composti da truciolato, intendevano dare l’aria di ordigni confezionati da dilettanti (i ”ribelli”), ma che contenevano apparecchiature ed esplosivi high-tech. Del resto i “Poseidon” Usa vengono regolarmente impiegati per dirigere i droni di Kiev contro le repubbliche popolari del Donbas e il massimo esperto e utilizzatore di droni resta la CIA.

Putin si è affrettato a far intendere a chi deve di sapere perfettamente chi avesse allestito l’operazione. Il ministro degli Esteri, Lavrov, si è spinto più in là, con accenni agli Usa. Ma il decollo dei droni è avvenuto nell’area di Idlib dove comandano soltanto i turchi. Di Erdogan, considerato formalmente tanto amico di Mosca e tanto inviso agli Usa, pur sempre alleati e padroni Nato, è buona norma fidarsi meno delle Ong quando dicono che stanno lì per salvare i rifugiati. Non è mica tanto lontano il ricordo del Sukhoi russo abbattuto dai suoi caccia.

USA: noi in Siria per sempre. Erdogan: e a me?


Nella sua multidirezionalità, il Fratello Musulmano Erdogan, dal 2011 retroterra e fornitore di mercenariato terrorista per il mai abbandonato scopo di abbattere Assad (ma anche Al Sisi) e, come programmano da Usa, Israele e Saudia, spartirsi una Siria affidata a fiduciari tribali locali, ha inviato truppe, proiettili di cannone e minacce al confine di Afrin.  Afrin è il cantone curdo nel nordovest della Siria che i curdi del Rojava sperano di riunire a sè, con il solito aiuto dei boss nordamericani.

Sembrerebbe, però, che a Erdogan, più che saltare addosso al piccolo ridotto curdo di Afrin, interessi mandare un avvertimento agli Usa. Quegli Usa che, a fronte del più volte annunciato ritiro delle truppe di Mosca, se ne sono ora usciti (Tillerson al Brookings Institute) con assoluta tracotanza dichiarando che in Siria ci stanno per restarci. Come del resto è loro costume strategico: vedi Afghanistan, Iraq, Somalia, Haiti, Honduras Guantanamo, ma anche Giappone, Germania, Italia, Kosovo….

E, allo scopo, stanno allestendo la “Border Security Force” (BSF), la forza di sicurezza per il confine, composta da 30milla uomini, ovviamente “proxies”, come chiamano i mercenari, eminentemente ascari curdi già collaudati nella pulizia etnica delle popolazioni arabo-siriane titolari del vastissimo territorio di cui l’YPG si è appropriato grazie ai bombardieri e alla Forze Speciali Usa.

Affermano, Trump e Tillerson, che la guerra contro l’Isis è vinta, onde per cui logica rende necessaria una forza militare, senza precedenti per numeri e armamenti, che garantisca la sicurezza del confine tra Siria, Turchia e Iraq. Garantisca contro chi, visto che l’Isis è sconfitta? Cosa sulla quale concorda anche Mosca, ma non Tehran e non Damasco. Che, come Mosca, sanno benissimo come stanno le cose e lo dicono anche. La sconfitta vera il jihadismo, incistato in Medioriente, Africa, Asia, in tutti i paesi che imperialismo-sionismo-Golfo intendono sconvolgere, sembra averla subita solo in Iraq, per merito di una forza nazionale militare ricostruita e, soprattutto, delle milizie popolari patriottiche scite-sunnite, anche qui con il concorso di Hezbollah e di reparti iraniani.

Isis sconfitta, o integrata?

Israele e curdi uniti nella  lotta

Quanto alla Siria, numerose e inconfutabili sono le prove video e testimoniali della collaborazione tra l’Isis, Stati Uniti e SDF, i mercenari curdi delle sedicenti Forze Democratiche Siriane che, soltanto una propagandista delle vulgate imperiali come Chiara Cruciati del “manifesto” riesce ancora a far passare per aggregato multinazionale democratico di assiri, turcomanni, arabi, circassi, vattelappesca e…curdi. Migliaia di combattenti Isis sono stati prima prelevati da Raqqa con tanto di colonne ed elicotteri Usa, per essere subito dirottati a Deir Ez Zor. Poi, in procinto di essere liberata dai siriani anche questa città, ecco un’altra operazione di salvataggio, con inserimento finale dei jihadisti nelle formazioni curde a comando usa che costituiranno i 30mila delle famose forze di sicurezza. Altri ne serviranno per accendere un po’ di fuochi dove, fallita la conquista, deve valere la strategia del caos.

Carta vince, carta perde. Quale carta? Non credo che,. al momento, sia quella data dai russi. Non credo nemmeno che sia Erdogan a dare le carte. Semmai bluffa. Con i russi, ma non troppo. Con gli Usa, ma anche contro. Contro i curdi, ma senza spingere. L’enorme territorio ora invaso dai curdi potrebbe venire buono per accogliere i curdi che un giorno o l’altro Erdogan caccerà definitivamente dalla Turchia. Del resto gli andava benissimo che i suoi curdi scappassero nel Kurdistan iracheno del socio contrabbandiere Barzani (ora felicemente svaporato, e non per merito di Turchia o Usa).

Quello che a Erdogan, il neo-ottomano torna sgradevole accettare è che la Siria venga fatta a pezzi senza che ne rimanga una fetta a lui che, pure, per tanti anni si è speso per quell’obiettivo. Obiettivo che sicuramente non ha mai abbandonato. Solo che la partita non sta volgendo a suo favore e siamo vicini a una goleada dei nemici più potenti di Assad: Usa, Israele, Sauditi e tirannelli annessi che ora, chi più chi meno. Costoro, con grande tempismo, hanno risolto di sostituire lo sputtanatissimo e irrecuperabile mercenariato Isis-Al Qaida con quello, meno sanguinario, ma moralmente ancora più miserabile, dei curdi. Così Erdogan rimane l’unico che ancora pensa di avvalersi di ascari jihadisti, da lui detti Libero Esercito Siriano, anche perché sarebbe un controsenso mettere al proprio servizio i curdi, soldataglia che va bene a americani e israeliani.


Del cinico, opportunista e inaffidabilissimo sultano si conosce la strategia, ma se ne possono prevedere a fatica le mosse tattiche, dettate magari anche dall’improvvisazione. Chi mostra ancora di credergli, e forse non ha altra scelta a dispetto dei dubbi di Tehran e Damasco (che ha promesso di abbattere aerei turchi che si affacciassero sul territorio siriano di Afrin), sono i russi. Tanto che gira la notizia che le loro forze presenti in Afrin, dove tentavano di mantenersi buoni i curdi, pensate!, avrebbero iniziato il ritiro di fronte alla pressione turca. Che per ora rimane quella, una pressione: roboanti minacce, ammassamento di truppe al confine, cannoneggiamenti e altrettanto roboanti promesse dell’YPG di fare di Afrin la tomba di tutti i turchi.

Turchia-Usa: un pezzo a me un pezzo a te.
Passiamo a conclusioni relativamente fondate. Il territorio di Afrin che i turchi minacciano di invadere non è un cantone curdo, come i ragazzi di bottega degli Usa nel “manifesto” vorrebbero far credere. La regione intorno a questa città contiene solo una minoranza di curdi, divenuta ora, con l’arrivo di 400mila profughi arabi siriani dai vari fronti, una minoranza infima. Forse Erdogan, di fronte a una presenza di migliaia di soldati Usa e alle loro ormai consolidate dieci basi, zeppe di reclute curde e Isis, si è rassegnato ad accettare un protettorato Usa su un’ampia area siriana amministrata dai curdi. In cambio non rinuncia a sua volta a una presenza turca nel nord della Siria, finalizzata, quanto quella Usa-curda, a mantenere in Siria focolai di guerre e destabilizzazione. Con circa un quarto della Siria sotto controllo permanente di due potenze votate alla distruzione di quella nazione, c’è proprio da chiedersi come si faccia a cantare vittoria. O c’è chi pensa che a tutto questo rimedieranno i russi affrontando in campo aperto sia gli uni che gli altri?

Vi sembra fuori di mano pensare che il sultano ottomano pensi di acchiappare anche Afrin che è appena a nordest di Idlib, unirla a quest’ultima provincia e assicurarsi in tal modo una vasta zona del territorio nazionale siriano, da cui continuare a lanciare sabotaggi contro Damasco?  Probabilmente confida che tra l’enorme zona araba che gli Usa hanno sottratto alla Siria a nordest e affidato alle istituzioni di proconsoli curdi e l’area Afrin-Idlib sotto controllo turco e presidiata dai surrogati jihadisti, a un passo da Aleppo, si possa addivenire a una composizione, benedetta dalla comune alleanza Nato e dal comune intento di liquidare Assad e squartare la Siria tra se stessi e proconsoli vari. Come progettato dagli Usa fin dagli anni’50 e come pianificato da Israele nel Piano Yinon del 1982. Insomma, tu, Usa, ti assicuri una fetta di Siria a cavallo del confine iracheno, che contiene i più ricchi giacimenti di petrolio e tieni sotto controllo i curdi e io, Turchia, mi prendo l’altra fetta. Insieme strappiamo al detestato arco scita il ponte Siria-Libano-Iran e magari anche un buon tratto della nuova via della seta cinese.

Saremo a una specie di Corea spaccata in due dopo il 1952, o, meglio, a una Germania del dopoguerra: State ora entrando nella zona americana… britannica… francese… russa…” Siria divisa est”., come volevasi fare.

Il rispettabilissimo ministro degli esteri russo, Lavrov, ha esternato il sospetto che nelle zone di cui abbiamo trattato si vogliano istituire delle autorità autonome dal governo centrale e che ciò farebbe pensare a una spartizione della Siria. Si direbbe vagamente scaturito. O forse no, visto che Mosca è stata la prima a parlare, l’anno scorso, di Siria federata. Riseppellendo poi tale concetto di fronte alle vivissime rimostranze di Damasco e Tehran. Che sanno bene di cosa parlano. Forse a Mosca si sono detti: un altro Afghanistan, un altro pantano? Magari è meglio accordarsi ognuno sui propri interessi e sulle proprie basi.

Vogliamo parlare di vittoria? Insistiamo pure, ma limitiamoci ad attribuirla al fatto che un popolo, nonostante sia stato maciullato, deportato e attirato lontano dai cialtroni dell’”accoglienza”, resta in piedi, unito e combattivo e che Bashar el Assad, il migliore governante del Medioriente e uno dei migliori del pianeta, stia ancora al suo posto. Chissà, forse a dispetto delle Grandi Manovre dei Grandi, i siriani rimasti sotto il gioco dei suoi nemici e dei relativi burattini, non ci vorranno stare. Chissà ,forse il caos sotto ai piedi degli invasori riuscirà meglio che quello sotto il palazzo di Assad.


Resta solo da dire che, tra tutti gli attori in scena, quello che “il manifesto”, in perfetta unanimità con i carnefici imperialisti, ha esaltato come “forza democratica, partecipativa, pluralista, femminista, ecologica”, cioè i curdi dell’invasione del cosiddetto Rojava, impegnati a sostituire a un paese moderno, laico, emancipato, progressista, libero, un cadavere sminuzzato, affidato a quanto di più necrofago e reazionario esiste al mondo, rappresentano la presenza più abietta e sporca..










lunedì 15 gennaio 2018

Da Belgrado a Hollywood, da Oprah a Catherine DONNE IN NERO


Le Donne in Nero incominciarono a gironzolare in aree di conflitto alla fine degli anni’80. Furono fondate, in piena prima Intifada, da un gruppetto di bene intenzionate donne israeliane che ritennero di superare  lo scontro tra palestinesi in lotta di liberazione e invasori ebrei in fregola di colonizzazione, promuovendo iniziative congiunte di pace e riconciliazione. L’operazione aveva un vizio che ne minava ogni possibilità di risultato positivo: l’utopia che tra dominanti e dominati si potesse arrivare alla pacifica convivenza, rimandando a un qualche roseo futuro la soluzione del problema. Che, invece, in questo modo, veniva sottratta a chi aveva i titoli per richiederla “con tutti i mezzi”, come prescrive la Carta dell’ONU, a sua disposizione. Tuttavia, diversamente da altre epifanie di donne in nero, mirate con ogni evidenza ad annacquare le giuste lotte in un paralizzante volemose bene a prescindere e a sabotarle condividendo i pretesti del carnefice (“democrazia”, “diritti umani”, “donne imprigionate nel velo”, “dittatori”), quella in Palestina ha avuto l’indubbio merito di diffondere conoscenze sulle nequizie dei genocidi sionisti.

Cosa che molto meno si verificò in relazione ai crimini dell’occupazione britannica, sempre nel nome della pace e sempre con “donne per la pace”, a metà degli anni ’70 in Irlanda del Nord. Anche qui, basta con la lotta di popolo contro coloni ed esercito di occupazione, specie se armata, e, solo di riflesso, basta anche con la repressione delle truppe britanniche e dei loro surrogati massonico-fascisti dell’unionismo protestante. Visto che, come tra i repubblicani, anche tra gli unionisti c’erano operai, che si unissero  e lasciassero perdere l’anacronistico mito “nazionalista” della riunificazione.
 
Alla fine del giorno, la lotta di liberazione era scomparsa e Londra era tornata a regnare. E’ successo così sempre e ovunque, tanto da far pensare male, ma da prenderci: che questo pacifismo, tanto più prestigioso perché di donne, non l’abbiano inventato quelli che con la repressione non ne venivano a capo? Un’arma di distrazione di massa? Le due iniziatrici del movimento, Betty Williams e Mairead Corrigan, vennero insignite del Nobel per la pace. Quelli di Oslo sanno bene chi premiare. Chiunque risparmi danni allo stato di cose esistenti e ne rafforzi la presa sui subalterni. Vedi, Rabin, Kissinger,  Obama, Gorbaciov. Il trucco sta nel mettere sullo stesso piano le parti in conflitto, di solito un carnefice che gli dà giù e una vittima che non ci sta. Privata delle sue armi la vittima, il rapporto di forze così sancito stabilisce l’esito del confronto. In Irlanda come in Palestina come in Serbia, come dappertutto.

Donne nere per Clinton a Belgrado
Personalmente ho visto la maschera delle Donne in nero schiantarsi clamorosamente tra le macerie di Belgrado durante l’aggressione Nato del 1999. Lì la lenzuolata nera è andata a coprire nientemeno che la quinta colonna degli squartatori della Jugoslavia. Sommessamente meno bombe, ok, ma prima ancora e a piena voce meno “dittatore Milosevic”, meno “ultranazionalisti fascisti serbi”, meno repressione di bravi pacifisti come i sorosiani  di Radio B-92 (gemellata, ricordiamocelo, con le tutine bianche di Casarini e Radio Sherwood) e di Otpor, formazione di nonviolenti finanziata da Washington e Berlino e addestrata da un generale dei Marines a Budapest. Rischiarono il Nobel della pace anche queste nere belgradesi quando, a Jugoslavia distrutta e Serbia presa alle spalle, insistettero a servire i boia del loro paese e a esonerarli dei loro crimini, propalando l’inganno della pulizia etnica serba a  Sarajevo e del ”genocidio” serbo a Srebrenica.

Belgrado. Donne in nero contro il “genocidio di Srebrenica”

L’obiettivo solennemente dichiarato è sempre la fine delle violenze. E, guarda caso, senza eccezione questo nobile intento delle sante donne si manifesta nel momento in cui un tipo di violenza, quello dell’aggressore o del potere costituito, attraversa una fase di maggiore difficoltà, mentre l’altro, quello di chi si difende o lotta per liberarsi da una condizione di sottomissione, vede balenare all’orizzonte una prospettiva di vittoria. Ultimamente i fautori di una soluzione non violenta della crisi siriana si sono materializzati nel preciso momento in cui al mercenariato jihadista delle potenze attaccanti le forze patriottiche imponevano la ritirata. Di solito, quando donne in nero e affini riescono a far passare il discorso della pacificazione attraverso la nonviolenza, grazie a Premi Nobel, manipolazione dell’opinione pubblica e supporto mediatico, la parte che lo prende in quel posto sono i giusti, mentre il prevaricatore (ri)stabilisce il proprio ordine. 

La vera funzione delle Donne in nero è quella di tagliare le gambe alle forme di lotta che al padrone fanno male, a dispetto delle parecchie attiviste, prede di dabbenaggine e pie illusioni, che ne costituiscono l’inconsapevole, ma poco autocritica e molto autocompiaciuta, truppa. Tutto questo con vista, tra le pieghe delle palandrane nere, sulle macerie fumanti e le distese di cadaveri in Iraq, Libia, Siria, tutte attribuibili a chi su guerre, conquiste, genocidi fonda profitto e potere, ma tutte attribuite alla “violenza” in quanto tale, categoria dello spirito inventata con l’unico scopo di spargere nebbia su torti e ragioni e offuscare soprattutto le seconde. 

Dalla nonviolenza ad Al Qaida
Da sotto quei panneggi che pretendono di spargere il lutto su ogni violenza, riuscì addirittura a sbucare Al Qaida. Fu quando l’Assopace, associazione di Luisa Morgantini, se ne usci con un’incredibile analisi in cui, sulla falsariga di quanto Obama andava cianciando sui ribelli “moderati” in Siria, di Al Qaida si elogiava la capacità di amministrare comunità, il sostegno delle popolazioni e, tutto sommato, una possibile scelta per il futuro della regione alternativa ai cattivi dell’Isis.. Meglio Al Qaida, protagonista, al soldo delle potenze occidentali e di Israele, di efferatezze senza uguali tra Medioriente e resto del mondo, che il “sanguinario dittatore Assad”. E a dimostrazione che l’ordine di servizio per questa rivalutazione promanava dalla solita centrale, ecco che anche in Siria germogliavano donne in nero e caschi bianchi a perorare il superamento della violenza attraverso il dialogo. Dialogo tra Davide e Golia. Con Golia che restava quello che è, ma con Davide senza la fionda.



Pornografia in nero
C’è un filo rosso, anzi nero, nerissimo (in senso cromatico e morale), che unisce le donne in nero, quelle apparse per calmierare insurrezioni, rivoluzioni e resistenze, alle ciabattone hollywoodiane della recente kermesse in nero anti-molestie. Eroine della più manipolata e manipolante industria subculturale del mondo, merce avariata  di un postribolo dove tutto – salvo le eccezioni necessarie alle apparenze -  è prostituzione agli interessi di una criminalità storica organizzatasi in élite politica, finanziaria, militare, mondialista. Il filo nero è quello del tessuto che, anche in occasione dei Golden Globe, ha occultato, sotto il nero di una nobile solidarietà, i fini abietti dell’establishment. Il tutto in una perfetta continuità degli strumenti ideologici con cui l’establishment persegue quei fini: puritanesimo e ipocrisia.

Puritanesimo delle originali Donne in nero, integraliste della nonviolenza e tanto accecate dalla purezza dei propri intenti, dalla propria superiorità morale rispetto alle parti in causa, da non avvedersi come sistematicamente la loro equidistanza si risolveva in una fregatura per le vittime e in un vantaggio per i carnefici. Come storicamente dimostrato dalla Palestina all’Irlanda, dalla Serbia alla non ancora del tutto normalizzata Siria, dato che lì la resistenza delle forze armate e del popolo non si è fatta convincere che a stendere la mano ai tagliatori di teste, interposte teste di legno dei necrofori USraeliani, sauditi, turchi, qatarioti, ci si sarebbe trovati a consumare tutti quanti uniti tarallucci e vino su una tavolata fatta di salme.

Lotta di classe o lotta di genere?
L’ipocrisia  è quella che accompagna il consolidamento e l’espansione di profitto  e potere ovunque una minoranza infima si fa élite oligarchica e, pretendendosi portatrice di valori superiori alle plebi razzolanti nell’ignoranza e nell’egoismo. Nel caso di Usa e Israele (che non si sa se dei primi sia padrino o figlioccio), ci si è autoassegnati  il “manifesto destino” di un’eccezionalità conferita da dio e che legittima ogni prevaricazione, esonera da ogni crimine, rovescia il male in bene (di solito calcolabile con il proprio patrimonio in banca e il numero di creature inferiori soggiogate o tolte di mezzo).

Dalle suffragette alle Star di Hollywood
L’esibizione pornografica (dal greco πόρνη, porne,  meretrice) delle varie Mery Streep e Nicole Kidman ai Golden Globe era il coronamento di un’operazione di cui è difficile stabilire il punto di partenza. Sicuramente successivo al movimento delle suffragette di inizio secolo che rivendicavano la sacrosanta parità di diritti con gli uomini, a partire dal’elettorato attivo e passivo. Un seme se ne può forse individuare nei movimenti femministi del post ’68 che tra queste rivendicazioni storiche iniziarono a far balenare uno scontro femmine-maschi che oggettivamente non sempre si poneva a fianco della lotta di classe, ma finiva con il distrarre da essa, innescando in sua vece una guerra dei generi, paradigma fondamentale per un progetto di autocrazia mondiale che necessita della frantumazione di ogni coesione sociale, o nazionale (maschi-femmine, giovani-anziani, cristiani-musulmani, sciti-sunniti, curdi-arabi, migranti-autoctoni, ecc.).


A questo punto il sistema non se lo fece dire due volte e, operando sulla componente più negativamente mascolinizzata del movimento, un po’ per volta lo trasformò in lotta del matriarcato contro il patriarcato, con per posta la gestione dello stesso assetto capitalista, oligarchico, guerrafondaio.. Non gli parve vero di aver sottratto alla lotta degli oppressi e sfruttati questa sua componente cruciale. Epitome della corruzione della lotta delle donne per contribuire a liberare l’umanità dal gioco patriarcal-borghese-capitalista è stato lo scatenamento della rivolta femminista alla vigilia dell’insediamento di Donald Trump. Due milioni di donne presero a pretesto alcuni borborigmi sessisti e razzisti di Trump e, indifferenti a quelli che, prima della sua presa in ostaggio da parte di Cia, Pentagono e Wall Street, erano i suoi propositi di riscatto operaio e di riconciliazione con Mosca, si rivoltarono sotto la guida e nel nome della sconfitta Hillary, corrotta beneficata da miliardi sauditi, sanguinaria assassina in Iraq e Libia, golpista in Honduras, dell’Obama delle sette guerre d’aggressione e del primato di vittime di sua mano rispetto a tutti i predecessori, e di George Soros, agente mondialista di genocidi e destabilizzazioni economiche e politiche.

Imperialismo contro sovranità nazionale = donne contro uomini
La guerra totale per la frantumazione della società occidentale (e non solo, vedi la versione desnuda della donne nere: Pussy Riot) tra donne e uomini, stavolta centrata, con ipocrisia ancora più esasperata, su una sessuofobia mascherata da “molestie”. La campagna molestie, peraltro unidirezionali degli uomini alle donne, sostitutrice delle ben più fondata denuncia dei femminicidi,  venne affidata a un mondo da sempre contiguo e succube al potere e portatore del suo Zeitgeist, spirito del tempo: quello dell’infotainment: cinema, televisione, media. Molestie che, classificati tali anche i tentativi di approccio, il corteggiamento, la seduzione, un polpastrello sul ginocchio (“Quando una donna dice no è no”.  Ma quando mai!), creava i presupposti per una separazione assoluta fondata, anziché sui naturali connotati di curiosità e attrazione, sul sospetto e ostilità a prescindere. Con ulteriore disistima per l’eterosessualità e la facilitazione delle sue divergenze.  Thomas Robert Malthus, il teorico della riduzione della popolazione, non avrebbe potuto inventarsi di meglio, dopo e oltre le cospirazioni dei mondialisti affidate a USraele.

Oprah e Weinstein
ImmaginatevI le levatrici e conduttrici delle più scurrili e culturalmente hard core trasmissioni della nostra tv, Maria de Filippi e Barbara d’Urso (l’avete presente, scosciata e salivante, che finge di intervistare Renzi o Berlusconi?), assurgere a simbolo della rivolta delle donne contro molestie e abusi del potere maschile? Noi non ci siamo arrivati, ancora. Il gineceo di Hollywood sì. L’equivalente delle due signore del basso impero televisivo nostrano è Oprah Winfrey, una miliardaria che a forza di salamelecchi all’eccezionalità americana, da conduttrice è diventata la tycoon di un impero mediatico. Intima, sodale, amica dai tempi più sospetti, del sessuomane farabutto, più orco di tutti, Harvey Weinstein, al quale una teoria sconfinata di scaturite imputa oscenità trent’anni dopo, urlando alla cafoneria in nero trasparente che trascinerà l’America all’orizzonte di una nuova alba, è assurta a portavoce dell’armata sconfinata che ha subito molestie. Anzi, la candideranno a presidente degli Stati Uniti. Eterogenesi dei fini? Macchè: omogenesi dei fini!  Dopo il duo Clinton, i due Bush, Obama, Trump, Bilderberg non poteva trovarsi marionetta migliore. Avesse mai detto una parolina di critica su quanto gli israeliani fanno in Palestina, o Obama e Clinton hanno fatto a mezzo mondo.

E che facciamo noi uomini. Beliamo in coro appresso a quelle che, inventate le categorie politiche contrapposte “uomini” e “donne” e fattesi categoria del bene, ci riducono compatti a categoria del male. Nel tripudio di maschi e femmine del progressismo liberal.
Ringraziamo con stima e affetto e grande ammirazione per il coraggio opposto alla torma urlante delle arpie progressiste di regime, Catherine Deneuve e le cento donne che con lei hanno rivendicato il diritto e la bellezza dei tentativi di seduzione,  così rivelandoci dove è custodita l’intelligenza delle donne. E, con essa, la vita della specie. “Il manifesto”, che ha trovato in Oprah la sua nuova Hillary, ha coperta la Deneuve di vituperi. Noi, con gli occhi lucidi, la ringraziamo per aver gradito quel fischio che le facemmo appresso quando  ci strizzò l’occhio dagli schermi.

Volete un’altra donna vera? Date un’occhiata a questo video: AhedTamimi, 16 anni, donna palestinese. https://www.youtube.com/watch?time_continue=26&v=MxhNRs-j6b4


Spielberg, Oprah

Per inciso. Omaggi e peana reciproci tra la nere donne di Hollywood e un santone della propaganda USraeliana, Steven Spielberg, da sempre regista di  abilmente confezionati polpettoni a sostegno delle intossicazioni, specialmente belliche, dell’establishment imperialista. L’occasione è l’ultimo suo lavoro “The Post” che, nel momento della sua massima decadenza deontologica da massimo portavoce, insieme al sionistissimo New York Times, delle fake news rigurgitate dallo Stato Profondo Usa, esalta il “Washington Post”, verniciandone le attuali oscenità con la celebrazione delle rivelazioni fatte al tempo del Vietnam.(I “Pentagon Papers”). E chi è il padrone di questo modello mediatico di intossicazioni di regime? Jeff Bezos, lo schiavista di Amazon. Il cerchio si chiude.

venerdì 5 gennaio 2018

JUS SOLI E MILITARI IN AFRICA: LE DUE FACCE SPORCHE DEL COLONIALISM

Mi associo agli auguri arrivatimi da tanti amici per feste debabbonatalizzate, che permettano a tutti, specie nel Sud del mondo, sottoposto alla predazione e al genocidio del nuovo colonialismo,, di festeggiare a casa propria senza i push and pull factors dei deportatori e, come al solito, per un anno migliore di questo e peggiore del successivo. E, soprattutto, senza lo sciroppo tossico dell’ipocrisia buonista, arma del nemico e metastasi malthusiana del tempo sorosiano.

Le feste dei padroni: gabelle e censure
Il regime criptorenzista e mafiomassonico inaugura l’anno nuovo con l’ulteriore potenziamento dell’imperialismo neoliberista e totalitario: 500 professionisti del militarismo sub imperialista italiota in Niger, per allargare le nostre missioni militari al prezzo di €1.504.000.00 sottratti a pensioni, sanità, scuola, ambiente e per assistere Usa e Francia nell’occupazione/distruzione/rapina di quel paese, deposito di uranio e minerali vari. Nuovo capitolo dell’espansionismo militare USA/Israele/UE nel Sahel e in tutto il continente. Sul piano interno ci ha elargito ulteriori furti, a vantaggio delle multinazionali amiche, sulle bollette di gas e luce e pedaggi autostradali. Di questi ultimi possiamo ringraziare il ministro Delrio, costruitosi una carriera da sindaco di Reggio Emilia quando, da un’area infestata di ‘ndrangheta, si recava in missione alle feste padronali di Cutro, Calabria, terra d’origine di quegli infestanti.

Lastricata la via verso lo Stato di polizia, già ampiamente consolidato, mediante la criminalizzazione del conflitto dal basso verso l’alto, con la campagna contro le fake news (critiche e divergenze dall’establishment) e gli hate speeches, discorsi di odio (leggi antagonismo sociale, politico, culturale), e accentuata la conflittualità orizzontale artificiale (generi, generazioni, autoctoni-alloctoni, falsi antifascisti-finti fascisti, normali-populisti), è arrivato il bavaglio a quel che resta della libera stampa, cioè la rete. Intercettazioni che rivelino i traffici di una classe di gangster affidate all’interpretazione di carabinieri e poliziotti, sottratti alla valutazione del potere giudiziario, presunto indipendente, e con previsione di carcere per giornalisti indiscreti. Addio alle risate tra furfanti che pregustano speculazioni sulla tragedia dell’Aquila. Addio al complotto di Renzi col generale dei CC Adinolfi in cui si ventila la ghigliottina a Letta.

Le voci del padroneNon che di questa catena di montaggio di vere fake news che sono i giornaloni e le telvisionone, ci sia molto da difendere o salvare. Un lettore de “Il Fatto Quotidiano”, giornale nel quale un fustigatore del potere domestico come Travaglio convive allegramente con squalificati e rozzi sguatteri dei poteri internazionali (che nulla hanno da invidiare a quelli dell’altro giornalismo di “opposizione “, “il manifesto” : vedere i loro comuni compitini sorosiani e Cia su Iran, Siria, Russia, Cina, curdi, Egitto/Regeni, Ong), ha scritto parole memorabili: “A furia di faziosità (leggasi “servilismo”. N.d.r), fake news politiche e commenti dei soliti quattro santoni, la casta giornalistica ha esaurito ogni residuo di credibilità. Le informazioni confezionate al servizio di qualche fazione sono solo materiale di propaganda da usare al bar il giorno dopo… tifosi urlanti delle rispettive curve, megafoni aizzatori o moderatori a seconda della convenienza…”



Se voci del coro reazionario, come il Corriere della Sera, La Stampa o Sky, ribadiscono un livello professionale sotto zero quando, per esempio sul tentato regime change in Iran, esaltano i bikini e le gonne corte dei felici tempi dello Shah, più furbi effetti collaterali dell’imperialismo, come “il manifesto”, postisi la foglia di fico di un esperto equilibrato come Michele Giorgio, poi ne annegano la cronaca nei commenti (incaricati di fare opinione) di due arnesi rispettivamente della destabilizzazione interna e della diffamazione esterna. Ce n’è una, a proposito delle “curve” menzionate dal lettore del “Fatto”, anzi, è proprio la tribuna centrale, quella delle autorità, a cui poi tutti quanti si rivolgono strepitando gli stessi slogan, un tifo comune. Il tifo per l’accoglienza senza se e senza ma di chiunque ci arrivi da Sud e da Est, sradicato da bombe e predatori occidentali, deportato dalla filiera Ong e destinato a manodopera schiavista di complemento al nostro precariato dai solidali accoglitori senza se e senza ma.

Jus soli e spedizioni antIterrorismo
L’uno è peggio dell’altro. Il primo, a dispetto del fatto che la cittadinanza è già riconosciuta a condizioni ragionevoli, come in Germania o Svizzera, pretende fin dalla nascita l’esproprio della propria identità e l’assimilazione a chi ti controlla. Come il battesimo. Le seconde, fingendo una guerra farlocca contro ascari da noi stessi messi in campo, servono a occupare, devastare e rubare, con il concorso di governi locali sottomessi a forza di potenza militare e corruzione. Entrambe consolidate tecniche del colonialismo.

Ma, voi universali accoglitori, vi rendete conto che contribuite a creare le condizioni perchè la gente debba essere sradicata dalla sua storia, identità, cultura, perchè le sue terre e i suoi ambienti sono stati resi invivibili dai nostri predatori occidentali, per poi venire scagliata addosso ad altre società e servire da manovalanza al ribasso e dumping sociale? Proprio come, all’inverso, succede con le delocalizzazioni di produzioni in aree di massimo sfruttamento. Come vi permettete di parlare di integrazione e assimilazione che non significano altro che spogliare i soggetti deportati della loro identità, storia, cultura, coesione sociale, per essere snaturati e diventare Dalit, casta subordinata ai colonizzatori?

Alla resa dei conti, è sempre una questione di lotta di classe. Gruppi dirigenti che, assistiti dal colonialismo, sono lieti di liberarsi degli strati di popolazione, soprattutto giovani, che potrebbero contestarne politiche e poteri; dominanti del mondialismo che, deportando e neutralizzando soggetti di una potenziale lotta di classe e per la sovranità popolare/nazionale, mantengono le condizioni di dipendenza e subordinazione dei dominati, sia nelle colonie che nella metropoli.

Guardatevi in giro e vedete quale razza di integrazione lo spostamento di masse portatrici di altri riferimenti civili e sociali ha portato. Tra italiani importati e sudtirolesi colonizzati, dopo un secolo, non esiste comunicazione, nè amalgama, ma solo distanza, diffidenza e ostracismo a chi osa matrimoni inter-etnici. Tra pakistani, indiani, caraibici e britannici si tratta, a dispetto del succedersi delle generazioni, di isole del tutto separate perfino urbanisticamente. Così tra turchi e tedeschi, dove, nel quartiere berlinese di Moabit, cantato da Brecht, i palazzi dalle forme e dall’anima guglielmina guardano su un’ininterrotta teoria di locali dai profumi, costumi e frequentatori levantini, gli uni perennemente estranei e incongrui agli altri, con gli importati in eterno subordine, salvo qualche zio Tom (vedi sindaco di Londra). Idem da 300 anni in Usa tra neri e bianchi. Idem a Milano tra cinesi e autoctoni. I termini integrazione, assimilazione, meticciato, multiculturalismo, sono definizione del padrone/maestro/superiore che ti mette sotto; sono false, ipocrite e di schifosa natura razzista.




Assimilazione, integrazione uguale antropofagia
Ammantare tutto questo di buonismo e catturare i gonzi per farne i propri colonizzatori di complemento è stata la grande invenzione di un mondialismo che ha bisogno di livellare, annullare, amalgamare, deidentificare, desovranizzare e disunire le comunità consolidate dalla storia, plebizzare masse che diventino indistinte e prive di coscienza di sè. Solo così, e tramite l’ausilio tecnologico dei Frankenstein di Silicon Valley, che spersonalizza esasperando il narcisismo individualista e, al tempo stesso, lacera il rapporto con il reale e la coesione sociale , si eliminano gli ostacoli alla mondializzazione e alla relativa dittatura degli orchi del capitale.

Ogni Jus Soli “concesso” qui è uno jus soli negato nel proprio paese.
E il milione di giovani quadri siriani deportati dalla Merkel per tenere in piedi l’export tedesco, sarebbero serviti meglio all’umanità tutta se fossero rimasti in patria a difenderla dagli stessi colonizzatori che poi li “accolgono”. E i milioni di africani, afghani, bengalesi che finiscono nei nostri campi e nelle nostre fabbriche, o nelle mense Caritas di un immenso caporalato, avrebbero dovuto costruire il futuro dei loro paesi e non lasciarli alla mercè della Monsanto e dell’Exxon.

Questi giovani vengono depredati delle loro terre e dell’agricoltura di sussistenza dalle monoculture del land-grabbing. Vengono privati di un contributo alla loro evoluzione sociale e politica. Persa la terra, insieme alla loro millenaria cultura, finiscono inurbati nelle bidonville delle metropoli dove trovano Ong e missionari che gli prospettano il Bengodi in Europa. Poi, lungo la filiera da qui attraverso trafficanti e Ong varie, ci rimettono i 20-25.000 dollari rastrellati nella famiglia e si ritrovano nei campi libici (di cui Ong importatrici e Amnesty ci raccontano orrori peggiori di quelli, veri, di Abu Ghraib) e, da lì, nel bivacco di Como o della stazione di Milano. Dove su di loro lacrimano i nostri cuori. Fattisi il lifting solidale, sul volto deturpato da secoli di crimini contro l’umanità, e sparatisi il botulino griffato buonismo, continuano a fare i colonialisti delle superiori civiltà, i Manconi, lo scioperante della fame, le Boldrini l’eroina anti-fake news sgradite all’Impero, i Bergoglio del blablabla umanitario senza impegno,, i Medici senza frontiere ma con tanti elmetti bianchi...



Già, Luigi Manconi. Mio vecchio compagno in Lotta Continua. Tanto si è arrampicato sui diritti umani che come minimo Soros e tutta l’èlite mondialista gli devono un invito alla prossima adunata segreta di Bilderberg. Ha sciopericchiato per quattro giorni, a babbo (jus soli) morto, guadagnandosi quanti voti di “sinistra” e quanti paginoni del “manifesto” bastino per perpetuargli un aureo futuro. Poi ha smesso. Qualcuno gli ha ricordato che Bobby Sands e i suoi Dieci di sciopero della fame sono morti. Dopo 60 giorni. Ma quelli facevano sul serio. Per una causa vera.




Patrie


Non mancheranno coloro, troll a parte, che riterranno giustificato darmi dello spietato xenofobo e razzista per essermi espresso contro la politica delle migrazioni promosse dall’accoglienza. Il giochino è metterti sullo stesso piano di un Salvini, che è poi quello che hanno inventato per dare una faccia brutta, volgare, deforme a chi si oppone al misciume della globalizzazione e al cappio UE. Dovrebbero riflettere che, diversamente, dai buoni e bravi accoglitori, io le parti di quelli che migrano le conosco quasi tutte. E conosco chi le abita. Ed è costretto a venirne via. E perché.

Ho iniziato nel 1967, Guerra dei Sei Giorni contro la Palestina e tutti gli arabi (800mila “migranti” sparsi nel mondo) e non ho smesso più, fino ad oggi: Eritrea (migliaia di migranti da un paese libero e ben messo, sequestrati e rapiti nel paese dei balocchi dallo zuccherino dell’asilo politico automatico). Passando tra libici, sudanesi, somali, ivoriani, vietnamiti, senegalesi, siriani, iracheni, ecuadoriani, honduregni, messicani, guatemaltechi, tutti destinati alla deportazione verso “l’assimilazione, l’integrazione, il meticciato, il multiculturalismo”. Tutti nel fosso accanto allo stradone. Ho visto in Senegal lo scoglio davanti all’isola di Gorée, da cui per quattro secoli è partita la tratta degli schiavi. Quella di oggi parte da Dakar. Ho visto cos’erano prima, questi esseri umani, cos’era il loro paese prima e cosa dopo. Ho anche visto come lo sradicamento, in forme diverse, colpisca tanto loro come noi: toglierci la storia e il futuro, toglierci la comunità e il suo progetto, toglierci il nome e l’anima. Spianarci tutti. Toglierci la patria con tutto quello che significa. Che non è la caricatura che ne danno sia i micrcoimperialisti dello chauvinismo, sia coloro che, per salivare la via della mondializzazione, sono arrivati ad avere in uggia perfino la parola sovranità. “Un volgo dispero che nome non ha”.

L’accusa di razzismo e xenofobia la rivolgano allo specchio. Così gli rimbalza.

lunedì 1 gennaio 2018

TARGET IRAN, PARTE LA MAIDAN IRANIANA – FAKE NEWS, FAKE FLAG, REGIME CHANGE IN VISTA e il “manifesto” fa da pesce pilota dell’operazione Israele-Usa - https://www.youtube.com/watch?v=haEQNk6gE8M&feature=youtu.be https://www.youtube.com/watch?time_continue=21&v=ZeVYbTw6omE





https://www.youtube.com/watch?v=haEQNk6gE8M&feature=youtu.be

https://www.youtube.com/watch?time_continue=21&v=ZeVYbTw6omE

Qui sopra la copertina del mio documentario “TARGET IRAN”, realizzato durante il secondo mandato di Ahamdinejad, ma attuale più che mai, e due link youtube: al trailer del film e a una sua breve selezione. E’ l’unico docufilm italiano, per quanto mi risulta, che vi racconta l’Iran e il suo popolo antico e giovanissimo, le sue donne all’avanguardia sociale e professionale, la sua forte coscienza storica e patriottica, la sua incredibile bellezza, il suo ottimismo, il suo sorriso, i suoi governanti, i suoi combattenti, i suoi artisti, le vittime del terrorismo Mossad, al contrario del quadro offerto dai media al servizio dei necrofagi che non tollerano l’esistenza di indipendenza, sovranità, autodeterminazione, progresso sociale, cultura, civiltà. Copie dvd sono ottenibili scrivendo a visionando@virgilio.it.

Mi permetto di pubblicizzare e promuovere la diffusione di questo lungometraggio (85’) perché si è scatenato quello che promette essere un rinnovato tentativo USraeliano, con il conforto saudita e il beneplacito dell’UE, al cambio violento di regime in Iran, stavolta mettendoci tutto l’impegno dei due terroristi di Stato della cosiddetta “comunità internazionale (leggi NATO), Trump (con lo Stato Profondo Usa) e Netaniahu (sostenuto dalla lobby) e arrivando fino all’aggressione armata, con conseguenze apocalittiche non solo per il Medioriente.

Dal fallimento della “rivoluzione verde” alla lotta contro la “dittatura”

L’anticipazione di questa strategia, lubrificata dallo tsunami di falsità e diffamazioni di cui si incaricano i media mainstream, con particolare efficacia quelli di “sinistra” e la loro clientela di utili idioti e amici del giaguaro imperialista, la si è avuta nel 2009, al tempo delle elezioni che hanno rinnovato il mandato al migliore, più laico, antimperialista (si ricordi la sua amicizia con Hugo Chavez) e socialmente sensibile presidente iraniano, Mahmud Ahamdinejad. Venne scatenata la sedicente “rivoluzione verde”, dove settori della borghesia ricca, nostalgica della sanguinaria dittatura del fantoccio occidentale Reza Pahlevi e famelica di neoliberismo per poter sottrarre beni e diritti ai ceti popolari valorizzati da Ahmadinejad, vennero mandati, da agenti infiltrati del terrorismo internazionale, allo scontro con lo Stato. Il pretesto era il solito: brogli nella vittoria di Ahamedinejad, riscatto delle donne oppresse da burka e bigottismo patriarcale.

Allora si trattava eminentemente di ridurre la crescente influenza di Tehran sul cosiddetto “arco scita”, espressione depistante utilizzata per descrivere governi e popolazioni resistenti all’imperialismo Usa e israeliano,neutralizzare il suo ruolo di prezioso fornitore di gas e petrolio a paesi su cui l’Occidente intende esercitare il dominio energetico,bloccare il modello di emancipazione sociale messo in atto da Ahmadinejad e l’impetuoso sviluppo industriale del paese. Al centro della sceneggiata era la presunta volontà di Tehran di dotarsi di armamento atomico, quando la stessa IAEA (Agenzia ONU per l’energia atomica) insisteva a dimostrare che lo sviluppo nucleare dell’Iran era dedicato esclusivamente a uso civile: sanitario ed energetico.

Dall’”ultra conservatore” (leggi antimperialista) Ahmadinejad al “moderato” (leggi disponibile) Rouhani




Con l’avvento del “moderato” Hassan Rouhani, reso possibile dal fatto che il “conservatore” Ahmadinejad non poteva presentarsi per un terzo mandato e che il suo schieramento aveva fronteggiato le elezioni diviso (“moderato” e “conservatore” sono i termini che i media ci infliggono per designare chi è gradito e chi sgradito all’Occidente), avviene l’indecorosa resa, la rivincita dei “quartieri alti” di Tehran, un’offensiva privatizzatrice e, pietra angolare dell’indipendenza o meno del paese, l’accordo sul nucleare con gli Usa che ha privato l’Iran quasi interamente del suo potenziale di nucleare civile. Il che avrebbe dovuto portare alla normalizzazione dei rapporti con Usa e Occidente, alla fine di sanzioni tra le più feroci e genocide mai inflitte, alla pacificazione della regione. E’ sotto gli occhi di tutti a cosa ha portato l’arrendevolezza di Rouhani.

Il regime change di Obama, Hillary Clinton e Netaniahu fallì clamorosamente, ma a dispetto della “disponibilità” offerta dalla direzione iraniana (peraltro niente affatto unita, ma fortemente contrastata dalla Guida Suprema, Ali Khamenei e dai settori più avanzati e coscienti del paese, guidati dai Guardiani della Rivoluzione), non cessò, anzi assunse toni sempre più isterici e violenti la campagna politico-mediatica occidentale di contumelie e fake news, accompagnata da ondate di attentati terroristici contro scienziati iraniani e la stessa popolazione civile, affidati a una setta di fuorusciti riparata a Parigi e a Washington e da lì foraggiata e armata, i Mujahedin del Popolo (MEK). Il sostegno dato dall’Iran, sotto pressione dei non silenziati ambienti antimperialisti e antisionisti, alla resistenza irachena e iraniana contro Usa, Israele, Nato e loro mercenariato jihadista, l’impetuosa crescita del suo prestigio e della sua influenza nella regione e al di là di essa, hanno fatto saltare i nervi ai suoi nemici. E siamo ai pogrom di oggi che annunciano una nuova “rivoluzione verde” che in Occidente si spera risolutrice. Ma che non lo sarà, alla luce dell’unità del popolo iraniano, della sua coscienza politica, del suo patriottismo.

Dal golpe contro Mossadeq ai pogrom di oggi: la costante di una deformazione della verità sull’Iran

Dal giorno in cui la rivoluzione khomeinista ha posto fine alle ingerenze colonialiste e poi imperialiste (si ricordi il colpo di Stato angloamericano contro il premier Mossadeq nel 1952 e la restaurazione imperiale sotto lo Shah), l’Occidente non ha mai cessato di fornire all’opinione pubblica un quadro grottescamente distorto dell’Iran e dei suoi 80 milioni di abitanti. Oggi si riparte con la totale falsità di una dittatura, una società oppressa dal clero, una catastrofe economico-sociale, una matrice di terrorismo e instabilità in tutta la regione. La potenza che s’inventa interferenze russe nelle proprie elezioni, ma che non ha trascurato di intervenire, con tangenti, ricatti, manipolazione di settori sociali, tsunami mediatici e colpi di Stato, in praticamente ogni processo elettorale e genericamente politico dove fosse in gioco il dominio Usa, rinnova l’operazione fallita del 2009: obiettivo, ancora una volta il regime change e, in mancanza, l’aggressione, o diretta, o affidata a surrogati.

Le politiche neoliberiste di Rouhani, che hanno annullato in parte il progresso delle classi popolari realizzato da Ahmadinejad, ma soprattutto le sanzioni che l’accordo nucleare avrebbe dovuto far sospendere, ma che Trump ha rafforzato, hanno peggiorato le condizioni di vita di vaste masse: aumento dei prezzi di carburanti ed energia, annullamento dei sussidi alimentari, inflazione, crisi del bazar, disoccupoazione. Ed è successo quanto s’è visto e documentato a Kiev, Bengasi in Libia, Deraa in Siria, Caracas. Parte una pacifica rivendicazione di piazza in varie città iraniane, nel giro di ore, secondo un programma dettagliato pubblicato in rete, in varie città spuntano gruppetti di non più di 50 soggetti che, alle richieste di aumenti salariali e altri interventi economici, sovrappongono slogan anti-sistema, contro il governo e, con particolare virulenza contro il “dittatore” Khamenei, che è dittatore quanto lo è il capo di Stato di qualsiasi paese europeo.

La monotonia dei copioni per le rivoluzioni colorate
Se “morte al dittatore” e “morte a Khamenei” ci riportano dritti dritti agli auspici di morte indirizzati a Maduro, Gheddafi o Assad dal mercenariato jihadista di Obama-Clinton, l’inconfutabile marchio israeliano risuona, poi, nelle imprecazioni contro il ruolo regionale dell’Iran e contro l’impegno per la Palestina, Gaza e il Libano: “Giù le mani dal Medioriente”, “No Gaza”, “No Libano”. Non passano che poche ore e, immancabili, partono colpi di arma da fuoco, non si capisce bene da quale parte (per i media occidentali inconfutabilmente dalla polizia) e cadono le prime vittime. A tempo scaduto, escono fuori prove, video, testimonianze e confessioni che attestano la presenza di infiltrati impegnati a sparare sulla folla. Su questo aspetto, tuttavia, i massmedia appaiono distratti. Come ciechi e sordi, “diversamente abili”, appaiono a fronte della immediate e di gran lunga numericamente superiori manifestazioni di massa a sostegno del governo e contro i complottisti stranieri.





Guarda chi c’è: Amnesty e, in coda, il manifesto

Intanto hanno lucidato le proprie trombe tutti gli squalificatissimi arnesi della cosiddetta “società civile” e dei “diritti umani”, gli scontati travestimenti dell’intelligence imperialista, da Amnesty International a HRW e alla National Endowment for Democracy, con pesce pilota, da noi, il “manifesto”, zelantissimo su tutte le campagne delle false sinistre e vere destre internazionali: russofobia, “dittatori”, migranti e Ong sorosiane, molestie, gender, “populisti”, “sovranisti”, “minaccia fascista” incombente (che, per carità, non riguarda mica censura, militarizzazione, securitarismo, bellicismo, colonialismo, guerra ai poveri su entrambi i lati dell’Atlantico). Ogni tanto , nell’idea fallace che pure in quelli del “manifesto” debba sopravvivere un briciolo di morale e di onestà intellettuale (non penso agli auto- ipnotizzati che contribuiscono pensando di scrivere per un giornale dalla parte dei deboli e oppressi), mi chiedo se gli balena mai il sospetto di aver dato il proprio contributo allo squartamento di Jugoslavia, Libia, Siria, Iraq e, con questo, all’eliminazione di milioni di innocenti. Se lo chieda anche il comunista Manlio Dinucci.

Una di queste entità, la Foundation for Defense of Democracies, del talmudista Mark Dubowitz, ha sintetizzato il programma di distruzione dell’Iran, nel plauso del direttore della Cia, Mike Pompeo e del segretario di Stato Tillerson, nei termini di un appello a Trump di lanciare “l’offensiva finale contro il regime di Tehran, indebolendone le finanze attraverso più massicce sanzioni economiche e minandone la direzione attraverso la mobilitazione delle forze pro-democrazia”. Al tempo stesso il Congresso ha votato cospicui finanziamenti ai terroristi del MEK, la cui presidente, Maryam Rajavi, non ha perso l’occasione peri incitare “l’eroico popolo dell’Iran” all’assassinio del dittatore Khamenei e alla liberazione dei prigionieri politici.




 Neda Soltan e il trucchetto


Presto emergerà una nuova eroina-simbolo della “rivoluzione democratica”, sul modello di Neda Soltan, ricordate? La giovane manifestante di Tehran uccisa dagli agenti del regime di cui, poi, un video dimostrava la finta morte allestita con finto sangue dai suoi compari e un giornale tedesco, la Sueddeutsche Zeitung, la resurrezione in Germania.

Nulla di nuovo sotto il sole. Solo che questa volta temo che, constati i propri rovesci in Medio Oriente, grazie anche all’Iran, i veri Stati canaglia vogliano andare fino in fondo. E qui, amici, la controinformazione è vitale. Soprattutto per spuntare le frecce avvelenate che, in partenza dall’house organ sorosiano che si fregia del vezzeggiativo “quotidiano comunista”, contaminano le facoltà raziocinanti di tanti dabbenuomini e tante dabbendonne, anche femministe, anche LGBTQ, al punto da trascinarseli appresso nel lastricare la strada dell’inferno.

sabato 9 dicembre 2017

IL SALUTO DEL SOVRANISTA E mi perdoni l’antisovranista Boldrini e la contigua “Zanzara” (Radio 24), impegnati nella sacra battaglia a me e a tutti gli altri malmostosi farabutti fakenewsisti della Rete. E perdoni anche Giacomo Leopardi… A dopo.


 
Nel salutarvi mi tocca fare, per una volta, ciò che fanno quasi tutti i facebookisti: evitare di raccontare cose che potrebbero essere utili agli altri sapere e alluvionare invece le loro pagine di sollecitazioni al “ma il chissenefrega non ce lo metti?” Almeno per qualche riga iniziale vi devo scassare le gonadi con una cazzatina personale. Che però è la spiegazione del fatto che per un po’ io, pur non privandomi della vostra interlocuzione, vi alleggerirò di miei interventi. Un chirurgo, spero dalle mani sapienti e dal bisturi pietoso, mi dovrà rammendare la spalla scassata da una caduta di motocross e poi lasciata andare in progressivo spappolamento. Uscirò come nuovo, uomo bionico, ma per una mesata dovrò rinunciare a malmenare tastiera e mouse. Ecco, mi sono messo sullo stesso piano di chi vi allieta la giornata con l’imprescindibile comunicazione al colto e all’inclita che “la buona dormita m’ha fatta svegliare lieta come una libellula in volo sul laghetto di ninfee”. O che “la tisana nuova non m’ha fatto affatto cagare”.

Siccome io, come molti di voi blogger, twitter e facebookisti, sono produttore accanito e inveterato di false notizie, in questo ultimo  - pro tempore – intervento voglio fare ammenda e dare spazio, e schierarmi accanto, a coloro che la sacrosanta battaglia contro gli hater (odiatori), falsari e complottisti, la conducono con sommo disprezzo del pericolo e in difesa delle bocche della verità che ci istruiscono e ci spiegano le cose del mondo a partire dall’informazione democratica, istituzionale, professionale, quella, appunto, degli MSM (mainstream media). Ieri venerdì ho avuto di nuovo l’onore di essere chiamato in diretta da uno di questi MSM, la trasmissione “La Zanzara” di Radio 24. Programmino definito da quelli che dalla Zanzara sono stati pizzicati e, spesso, svergognati, “teppista, ignorante, stupido, provocatore, la faccia subumana di Radio Rai”. Non è vero. Pensate, trattandosi della questione di Gerusalemme che il Fior di Zucca ha concordato essere capitale unica e indivisibile di Israele, alla mia obiezione che Gerusalemme fu semmai capitale degli ebrei soltanto per i 50 anni dei regni di David e Salomone, inventati dai fantasisti redattori della Bibbia, la coppia dal pungiglione della verità, Crociani da Roma, Parenzo da casa sua a Tel Aviv, mi hanno ridotto all’impotenza berciando, ma con proprietà di argomenti, che sostenevo Hamas terrorista e giudicavo lo Stato d’Israele criminale.

Che dire, davanti a tanta documentata argomentazione. Passiamo alle sfere più elevate degli SMS, quelle nobilitate dalla presenza e firma della terza carica dello Stato, la nobildonna, cui va riconosciuto il merito di aver aperto le cataratte per le quali va passando il rimedio demografico al nostro calo delle nascite e l’adeguamento del tasso di schiavitù alle nostre esigenze produttive di hamburger e pomodori. Mettendo a profitto della solidarietà umana il meccanismo dei vasi comunicanti, dove nulla si crea e nulla si distrugge, sperimentato e provato da Lavoisier, Laura Boldrini, da responsabile UNHCR, è stata tra i primi a svuotare il Sud del mondo a vantaggio del riempimento del Sud d’Europa. Non è  l’unico suo merito; chissà cosa sarebbe passato nella disattenzione dei nostri governanti, se la presidente della Camera non avesse posto rimedio alla degenerazione dei lavori parlamentari con ghigliottine, canguri e altre limitazioni alle intemperanze dei 5 Stelle.


Boldrini e Soros, santi subito
Ha provato la sua nobilitade con l’appassionata aderenza allo Zeitgeist (si può anche dire vernacolarmente “trend”) che caratterizza la nostra superiore civiltà non lasciandosi sfuggire nessuna delle campagne SMS che sostengono e promuovono i valori delle democrazie occidentali. L’hanno vista alla testa e in vetta alle schiere combattenti, novella Marianna nel quadro di Delacroix, contro gli haters calunniatori delle Ong sorosiane salvavite nel Mediterraneo, contro gli uomini ontologicamente e in toto stupratori e molestatori, da Gheddafi, Mladic o Assad all’ultimo regista accusato da una vegliarda, oggi, ma infastidita nel primo dopoguerra, contro i naziskin che hanno disseppellito il corpo del Fuhrer, gli hanno insufflato nuova vita, lo hanno moltiplicato per partenogenesi e lo stanno installando nei luoghi supremi della governance occidentale ( *).  E vessillifera di  tante altre battaglie, proprio tutte, miranti a corazzare uno status quo costato alle nostre confraternite, legali o meno, tanta fatica costruire.

(*) C’e  chi azzarda una calunnia come quella secondo cui, quanto Trump gonfia a bue il ranocchio nordcoreano per dar modo agli armieri di ingrossare il budget del Pentagono oltre i 1000 miliardi attuali (più di tutti gli altri bilanci messi insieme, 15 volte quello russo), tanto i nazisti 2.0 in cravatta e risvoltino pompano i (loro) virgulti in bomber e cranio rasato (vedi la chiassata e megacontrochiassata ipocrita sul lago di Como), per dare alla loro macelleria sociale, militarista e culturale la scudo dell’antifascismo. Ovviamente pure fake news, no?

Acchiapparli da piccoli per masticarli bene.
Memorabile l’episodio che ha visto questa pasionaria delle verità dettate da un impeccabile, ufficialmente sanzionato, senso comune, piombare su un liceo romano brandendo le tavole della legge. Nella fattispecie, il Decalogo della  lotta alle Fake News da imparare a memoria e con il quale poi vivisezionare le bufale del  Corriere, di Repubblica, della Stampa, di TG1,2,3,5…Ops, ma che dico, la tastiera mi ha preso la mano: le bufale della rete nelle sue varie, degenerate forme.



I ragazzi del Liceo in questione stavano già tralignando perché occupati a solidarizzare con quei compagni  scapestrati del Virgilio che credevano vittime di enorme bufalona per cui la minaccia alla loro storica scuola veniva dalle coppie che si accoppiavano nei cessi, dagli Spada che gestivano lo spaccio di coca nell’aula dell’informatica, dagli scambisti che si davano alla pazza gioia in soffitta, e non dal palazzinaro che già operava negli spazi lì accanto e aveva gettato l’occhio rapace sullo storico edificio nella zona a più alto costo per m2 di Roma. Al sopraggiungere impetuoso della Boldrini, per un attimo gli era sembrato che quella che si avventava su di loro fosse la strega del Mago di Oz e che la loro identità ne sarebbe rimasta compromessa per sempre.

Invece no. Si dovettero ricredere. La strega apparve nelle sue giuste vesti di fata buona che preserva da fake news e ogni sorta di puttanate strumentali tese a ostacolare il progresso dei ragazzi verso la maturazione civica e, grazie ad essa, l’ingresso nel mondo del vero e del giusto. Il mondo di Laura Boldrini.

Il mondo della Boldrini


Un mondo dove ogni cosa torna al suoi posto, nell’ordine costituito che infami haters e, comunque, gente pretenziosa che si costruisce le verità a partire da quello che crede di vedere e capire, insistono a voler mettere in discussione. Un mondo, per esempio, in cui George Soros paga le Ong in mare perché i migranti non vedono l’ora di lasciare casa, terra, paese, famiglia, per farsi assimilare alle stirpi migliori, comunque più bianche e non miscredenti. Dove, recentissima, secondo un intelletto tra i più qualificati del nostro tempo, vicepresidente ai tempi in cui Washington riduceva in brandelli sette paesi, il pifferaio di Mosca è riuscito, non solo a impedire la vittoria inquestionabile di Hillary, cara al “manifesto”, non solo a comprarsi a suon di rubli Di Maio e Salvini, ma addirittura a trascinare gratis 20 milioni di italiani a votare NO a un referendum dal quale l’Italia avrebbe potuto uscire più bella e più superba che pria. Annientando perfino l’ambasciatore obamiano Philips che, sommessamente, aveva detto che se gli italiani non avessero votato SI, non avrebbero più visto un dollaro di investimenti. E anche Obama che, tanto per non intromettersi, alla vigilia di quel voto aveva celebrato l’imminente SI ospitando Renzi e altri sguatteri italiani alla Casa Bianca.

E ancora, il mondo della pulzella di Montecitorio è quello in cui non la trimurti Israele-Usa-vampiti del Golfo, bensì l’astuto Assad ha creato l’Isis perché faccia a pezzi il suo paese che gli stava sulle palle. Israele è l’unico Stato democratico del Medioriente e quello meno razzista dell’universo mondo. Il potente Kim Jong Un minaccia gli innocenti e del tutto innocuiamericani. George Soros è un filantropo che non ha dato 5 milioni di dollari ai nazisti del battaglione Azov per fare il colpo di Stato, ma li ha versati nelle casse della Ong che accoglie rifugiati russi; del resto garantiscono i baci della Bonino. Renzi ci ha regalato 1 milione di posti di lavoro, mica un milione di inseguitori di tre ore di lavoro la settimana. Il vero pericolo che sovrasta l’umanità non è mica il pupazzo manovrato dai bunker del Pentagono e della Lockheed Martin (F35) per far sfracelli dove risulta opportuno al complesso militar-industrale, sono coloro che arricciano il naso quando Big Pharma fa avvertire dalla Lorenzin che senza 10 vaccini al neonato moriremo tutti di morbillo o brufoli. 

E chi oggi rappresenta l’apice della civiltà, del progresso, della giustizia sociale, dei cinque o sei generi esistenti, del femminismo, dell’ecologia? Sono i curdi di Rojava e se per tutto questo toccava fare un po’ di pulizia etnica e bruciare villaggi arabi, incistare mezza dozzina di basi Usa in Siria, soddisfare la voglia di Israele di frantumare tutti i suoi dintorni, che cosa è tutto questo rispetto alle esaltanti interviste del “manifesto” alle donne combattenti curde?
Un mondo, questo della Boldrini, che viene da lontano e vanta un cursus honorum lungo secoli, millenni. Il vero inizio è quello di Costantino, quando decise che quelle dei pagani erano tutte fake news alle quali tagliare la testa. Dove l’Iraq doveva essere polverizzato dato che Saddam poteva colpire Londra in 5 minuti con le sue armi di distruzione di massa; dove la Libia doveva essere sminuzzata e Gheddafi sventrato, dato che stava bombardando la sua gente e - Save the Children -  iniettando Viagra ai suoi soldati perché meglio stuprassero le figlie della Libia. Dove San Padre Pio aveva le stimmate e, avendo giustamente picchiato i socialisti insieme a quelli con il fez, poi faceva altri miracoli. Dove l’Unione Europea e la consorella Nato sono state fatte da Spinelli e Cia per farci godere la migliore delle democrazie, i migliori diritti umani, sociali, di pace e uguaglianza. Dove toglierci sovranità e autodeterminazione significava liberarci da oneri e incombenze troppo gravosi. Che se ne facciano carico gli esperti supra partes di Bruxelles, le lobby che li consigliano per il meglio, Mr. Mario Draghi che li mantiene sui dritti binari di Goldman Sachs, Rothschild, Bilderberg e, tutto sommato, anche  della ditta di Francesco Primo.



Patria Grande. Anche piccola.
Per noi che siamo partiti col piede sbagliato, prede e diffusori di fake news, non c’è rimedio. Che Boldrini abbia pietà. E’ vero, abbiamo il marchio del sovranismo. Ce lo hanno inflitto un po’ Seneca, un po’ Dante, un po’ Guicciardini un po’ Italo Svevo, un po’ Michelangelo e un po’ Manzoni. Un po’ i partigiani e un po’ Leopardi.  E ce lo teniamo. Come coloro, e nel loro nome, con i quali lo abbiamo condiviso nella Cuba d’un tempo, in Palestina, Eritrea, Irlanda, Algeria, Bolivia, Iraq, Siria, Libia, tra i popoli che nella patria hanno riconosciuto se stessi,  il conflitto tra padroni e subalterni, chi è venuto prima di loro e gli ha consegnato cultura, lingua non prevaricata e inquinata, progetto sociale e storico,  in tutte le nazioni costituitesi e ricostituitesi dopo i saccheggi e gli squartamenti coloniali e la cui sopravvivenza è attaccata alla loro sovranità, come il bambino al capezzolo della madre e alla mano del padre. Eppoi, se lo diceva Leopardi già quasi due secoli fa….

La Boldrini ha qualcosa da ridire? O di sovranità gradisce solo quella dei potenti e sopraffattori?


Lodo che si distornino gl’italiani dal cieco amore
e imitazione delle cose straniere,
e molto più che si richiamino e s’invitino
a servirsi e a considerare le proprie;
lodo che si proccuri ridestare in loro
quello spirito nazionale,
senza cui non v’è stata mai grandezza a questo mondo,
non solo grandezza nazionale, 
ma appena grandezza individuale;
ma non posso lodare che le nostre cose presenti,
e parlando di studi,
la nostra presente letteratura,
la massima parte de’ nostri scrittori, ec. ec.
si celebrino, si esaltino tutto giorno
quasi superiori a tutti i sommi stranieri,
quando sono inferiori agli ultimi:
che ci si propongano per modelli;
e che alla fine quasi ci s’inculchi di seguire
quella strada in cui ci troviamo.
Se noi dobbiamo risvegliarci una volta,
e riprendere lo spirito di nazione,
il primo nostro moto dev’essere,
non la superbia né la stima delle nostre cose presenti,
ma la vergogna. E questa ci deve spronare
a cangiare strada del tutto, e rinnovellare ogni cosa.
Senza ciò non faremo mai nulla.
Commemorare le nostre glorie passate, 
è stimolo alla virtù,
ma mentire e fingere le presenti è conforto all’ignavia,
e argomento di rimanersi contenti
in questa vilissima condizione.
Oltre che questo serve ancora ad alimentare
e confermare e mantenere quella miseria di giudizio,
e mancanza d’ogni arte e critica,
di cui lagnavasi l’Alfieri (nella sua Vita)
rispetto all’Italia, e che oggidì
è così evidente per la continua esperienza
sì delle grandi scempiaggini lodate,
sì dei pregi (se qualcuno per miracolo ne occorre)
o sconosciuti, o trascurati, o negati, o biasimati.

Giacomo Leopardi, Zibaldone (24 Marzo 1821) [pagine 865-866]